Sarà che oggi avevo una polo marrone tipo slim fit o come si dice. Sarà che passo tantissimo tempo seduto al pc. Sarà che secondo me più fai pesi più si allungano i muscoli compresi gli addominali. Sarà che la verità è che devo magna' di meno: ma insomma sì, oggi mi sento davvero un ciccione da schifo (pure se la bilancia non da segni di irritazione quando vi poggio i piedi). E però ballo, non pensiate! Mentre la vecchia Carla era in Camerun, io ho provveduto a saccheggiare la sua discografia fabulosa. Fra l'altro ho ritrovato Little Creatures dei Talking Heads, un monumento di bellezza (contiene fra l'altro Lady don't mind). Ok ok. Voi non distraetevi. Le Liste, please. Francesco me ne promette una lunghissima -nonostante la nostalgia per Berlino da dov'è appena tornato. (Ebbene Savio, lo ammetto: ho fatto quindici anni solo per includerci il disco degli U2, ma voi siete liberi di fare una lista di 20, 30, 2 dischi -degli ultimi 2, 5, 10, 20, 200 anni, no problem).
Stavo pensando che dovrei aprire un blog parallelo a questo. Un blog da blogger. Quelle robe tipo diari, riflessioni, cazzeggi privati. No, ché se penso che putacaso un critico, magari un importante critico, sta cercando notizie sul mio conto e capita qui, cosa faccio? Gli presento casa piena di bottiglie di birra per terra dopo un festino tra amici (leggi: cazzeggi sulla depilazione, sulle canzoni, sul mare, sulla primavera e amenità limitrofe)? E' perciò che tutte le volte che faccio un post un po' meno impettito, dopo un po' lo cancello. (Una mia amica, a proposito dell'impettito, mi diceva che mi paleso al mondo con le piume di struzzo di Wanda Osiris, ba').
Tutto questo per dire che ok, tempo per aprire bloghetti paralleli non ne ho, però, oh importanti critici, andate un po' più indietro e potrete trovare anche qualcosa di meno ignobile. Nel frattempo, si gioca! Il gioco delle liste, per la precisione. I film i libri i viaggi le città gli attori le canzoni più belli o più brutti. La propria Lista Nera. La propria Lista Bianca. Mandatemene, pubblico tutto. Fate liste, amici. Su quel che vi pare. Anche una Lista Degli Accoppiamenti Memorabili (o Da Dimenticare) o delle parole più brutte o dei programmi tv più cretini. Dimentichiamoci questa gente che è arrivata a governarci. Giochiamo. Oggi, i 5 dischi più belli degli ultimi 15 anni, ok? Vado? Pronti anche voi?
Ecco i miei (in ordine alfabetico):
Acthung baby, U2
Californication, Red Hot Chili Peppers
New adventures in hi fi, Rem
Ok computer, Radiohead
Real life, Joan as a police woman
Restano fuori i Coldplay, ma son pronto a riconsiderare la faccenda (magari arriviamo a 10 pian piano ché mo' che ci penso ci sarebbe pure Capossela di Ovunque proteggi. Pensiamoci, dormiamoci su).
Buon mercoledì.
Mi sveglio e sotto casa c'è il mercato settimanale con tanto di Testimoni di Geova che fermano i passanti. Esco per strada e i negozi son praticamente tutti aperti. Penso a cosa sarebbe un 4 luglio in America con la vita che va avanti senza che nulla sia. Orrenda sensazione. Riscrivo sotto la vignetta del Guardian. Questo Paese è impazzito. Non è che quel mio amico catastrofista alla fine aveva ragione a fare la Cassandra quando da ragazzi si faceva l'alba a parlar di massimi sistemi?

"Could the last person in Italy please switch off the light?"
E allora è vero che son secoli che non trascorro cinque minuti a svuotare completamente il cervello provando a non pensare a niente. Del resto, sempre un uomo occidentale teso al Progetto, sono: non un orientale teso al connubio cosmico col creato.
Comunque ci ho provato e ci sono riuscito. Grazie a questa canzone. Il mio informatore principale in tema di uscite discografiche, Francesco
Savio (nella foto), stavolta ha bucato. Ragazzi, se non mi aggiornate voi, io continuo nei secoli ad ascoltare Smiths e Talking Heads! Grazie M. (già che c'ero ho ascoltato anche tutto quello che ho trovato di questa cantante e l'ho trovata davvero molto brava, adesso io ti darò una sua coetanea, la grandissima Joan as a police woman e il suo album Real life: mi ringrazierai tu).
E' un pezzo che parla di forze che sfidano venti e alluvioni e cascate e polvere di stelle.
Pronti tutti? Close your eyes. Don't think.


Ecco adesso, ora, dopo Tangentopoli, dopo Boselli che va sotto l'1%, dopo Berlusconi III, dopo tutto quest'orrore che siamo costretti a ingoiare amaro, ora io lo dico chiaro e forte. Io sono socialista. Di quei socialisti che avevano creduto nel PdS, e poi perfino nei Ds. Di quei socialisti riformisti e liberali e anticlericali e laici: di quelli così, sono io. Se, fino all'altro ieri, trovavo rappresentati i miei valori qua e là nell'arco parlamentare, ora in Rifondazione Comunista, ora in taluni esponenti del Pd (compresi quei cattolici movimentisti come Bobba), ora in quel che rimane del vero PSI, oggi posso dire che non mi rappresenta più nessuno. Posso dire che la puzza di demozrazia cristiana che c'è nel Partito democratico mi fa rabbrividire. Che è PERICOLOSISSIMO che le istanze provenienti dal mondo "antagonista" e operaista che ancora sopravvive non siano incanalate nell'istituzione parlamentare. Che D'Alema Prodi & C. avrebbero dovuto far piazza pulita di questa gentaglia che è ora al potere già dieci anni fa invece di sprecar tempo a discutere con loro di Bicamerale o, recentemente, anteporre l'Economia al conflitto di interessi e alla riforma di quest'abominevole legge elettorale. Ben ci sta, o meglio: ben gli sta. Ché, con Bobbio, grido: "La politica non è tutto e non tutti sono adatti a far politica". L'individuo esiste prima e al di là dello Stato. E chi non ha votato, bene ha fatto a seguire la sua coscienza. Cosa voti? Una lista? Un simbolo? Dopo gli anni 90 passati a lottare per l'uninominale e il maggioritario? Elezioni bulgare, erano queste, altro che. Solo che invece che il partito unico c'era la possibilità di scegliere fra cinque o sei. E' vergognoso, ma è così. Mi dispiace, davvero, dover citare ancora Mussolini. "Governare gli italiani non è difficlie, è inutile".
E ora un altro passo dal Guardian.
"... the country is really a constellation of cities, rather than a unitary nation state. The question at this point becomes "what holds the country together?" and the answer to this question is "abuse"..."
Back Home. Bazzicata soprattutto la parte a sud (vedi foto).
Tanti ritagli in valigia. Ma questo del Guardian lo trascrivo, e credo non ci sia bisogno che ve lo traduca.
"Could the last person in Italy please switch off the light?"
Che tristezza, che somma tristezza, guardate.
Corro, ho tantissimo lavoro da fare, ma proprio tanto.
Da lunedì 7 aprile a giovedì 10 aprile compresi, alle 17.30 mi potete ascoltare su Fahrenheit, Radio Rai Tre per
Fahre Blog

(in seguito scaricabile in podcast)
farò un diario di scuola elementare
(con materiale anche tratto da un libro a quattro mani che sta pian piano facendosi
e del quale prima o poi scriverò)

La redazione
Antonio Audino,
Giosue` Calaciura,
Carlo D'Amicis (nella foto),
Felice Liperi,
Clementina Palladini,
Daniela Pirastu,
Rosa Polacco
A cura di Susanna Tartaro
Conduce Marino Sinibaldi
Ascolta:
(occorre Real player o un altro programma che legga il formato RAM, scaricabile gratis qui)
Seconda puntata (durante la quale ero nascosto nella stanza dei bidelli e poteva entrare qualcuno da un momento all'altro e, insomma, la cosa mi innervosiva moltissimo, soprattutto per il tema del pezzo...)
Tempo di dialoghi e interviste. Questa è quella apparsa oggi sul il Paese Nuovo, a firma di Elisabetta Liguori (nella foto).
In un momento storico come quello che viviamo, oggi che la città, la nazione, la storia sembra chiederci di prendere posizione, forse è ancora tempo di chiedersi quale è il ruolo della scrittura. Inerzia o impegno? In un marzo di ritardi climatici e pioggia battente mi trovo a parlarne con il mio amico Livio Romano. Siamo gente nata nel 1968, noi, gente che non riesce a dimenticare gli anni 80, ferma sulla soglia della Camera della propria Infanzia, come qualcuno la chiama. Un piede fuori ed uno dentro.
Sei mai riuscito a capire davvero perché continuiamo a scrivere? Perché scegliamo una storia invece di un’altra, ugualmente possibile, ugualmente memorabile? C’entrano davvero qualcosa i lettori, l’età, la solitudine, il vuoto di verità, il bisogno di salvarsi la vita?
Si può dire e si è detto tutto e il contrario di tutto, sulla scrittura, ma sostanzialmente io credo che scrittori si nasca, tutto qua. Se scavi nella biografia di ogni autore scopri che componeva poesie, articoli, storielle già a otto anni. È la necessità di esprimere un fatto, un episodio, una sensazione attraverso una particolare, originale, esclusiva voce. La quale si affina crescendo ma che davvero non può fare a meno di “parlare”. Sì, c’entra il bisogno di salvarsi la vita, ce lo diciamo sempre, c’entra eccome! È il bisogno anzitutto di raccontarsela in un certo modo, di raddrizzare la realtà a nostro piacimento. Lo scrittore vero poi scrive sempre. Non è una facile tautologia. Colui che vorrei-ma-non-posso-perché-mi-blocco semplicemente non è uno scrittore. Nei corsi di scrittura consigliamo di non fermarsi mai a pag. 3 ma di andare avanti almeno fino a pag. 10. E gli allievi son sbigottiti. “Ma se io a stento arrivo a metà pagina”, dicono. Scrivere si nutre anzitutto di tutto quello che hai letto, ma anche di quello che hai già scritto. Di come s’è modificata quella voce che a tutti i costi chiede di prendere la parola. La scelta della storia da raccontare, poi, è La Questione. Tu sai bene che son le storie che scelgono noi per essere raccontate. Intorno ai vent’anni la tua poetica è già bell’e fatta. Quell’insieme di stile e materia che trasformi in narrativa: è là che attende solo la restante parte della vita per essere modellato a pieno. C’è chi è attratto dai rapporti familiari, chi dalle storie di impegno sociale, chi dall’amore e dall’odio. Ma quello che decidiamo di raccontare è sempre una sfumatura, una zona d’ombra di queste circostanze esistenziali. Se dovessi riassumere la “mia” storia standard, direi che c’è sempre un forte conflitto fra moderno e arcaico, fra quello che avremmo voluto e quello che è stato, fra miseria e nobiltà (spesso, queste ultime, messe in scena in senso assolutamente non metaforico). Oh, quanto ci sente meno soli quando si plasmano questi personaggi di carta e li si installa sul palcoscenico verbale. Quante volte sono venute a farti compagnia anche nei sogni le tue donne, quelle alle quali hai dedicato gli ultimi due anni della tua vita, Elisabetta? Quanto le hai amate e detestate? Se lo scrittore non prova sentimenti fortissimi nei confronti dei suoi stessi personaggi difficilmente il lettore vi si immedesimerà…
Credi che la scrittura sia una buona compagnia? Per quel che mi riguarda, mi rendo conto che, da quando tutta questa storia è cominciata, mi ritrovo sempre più spesso a trascorrere le mie serate sul divano: io e i libri da leggere, quelli già letti, quelli scritti, quelli da scrivere. La scrittura ci può bastare, cosa esclude, cosa aggiunge?
La scrittura è una/un amante nel senso letterale del termine. Antonio Errico una volta ha scritto che nasce sempre da un furto di tempo, ed è vero. Togliamo tempo ai figli, a nostri amori, al piacere, all’aria aperta, al lavoro. È un continuo sentirsi in colpa, inadeguati. Scrivi, e ti senti in colpa per aver sottratto tre ore al rapporto coniugale. Non scrivi e ti viene l’angoscia per quel passaggio che devi concludere e che –mentre provi a vivere- continui a riscriverti in testa nelle forme più svariate. Però se è vero, ed È Vero, che leggere moltiplica esponenzialmente la quantità di vita che ci è concessa, anche scrivere arricchisce la nostra esperienza. Perché puoi provare a piacimento tutte le combinazioni che nella vita reale non ti è stato dato di verificare.
Per quel che mi riguarda, è la gente conosciuta attraverso i libri quella che mi ha fatto crescere davvero e questa circostanza casuale mi sembra la parte più bella del gioco. Che rapporto hai tu con i tuoi lettori? Ci sono quelli fissi? Quelli occasionali? Quelli preferiti?
Sì, è la parte più bella: son d’accordo con te. Se non fosse così non si spiegherebbero le decine di manoscritti che ogni santissimo giorno arrivano in ciascuna casa editrice italiana. Sentirsi uno scrittore è uno dei tanti modi di “sentirsi” tout court. Giorni fa Marco Candida ha raccontato di un anziano che gli ha consegnato un manoscritto (di nessun valore letterario). Commentava che quel gesto, quella consegna per quell’uomo aveva il sigillo della consacrazione ontologica. “Ti do questo scritto, dunque sono”. Figurarsi poi se si arriva alla pubblicazione. Ma al di là di questi aspetti pittoreschi, la vera legittimazione a continuare viene soltanto dai lettori. Dal feedback che ne ricevi, se mi permetti di usare questa parola immonda. Sono un uomo fortunato. Ho molti lettori affezionati e devoti. Gente che si è riconosciuta, che addirittura ha fatto delle scelte esistenziali fondamentali dopo aver letto un mio racconto. Giovani donne e giovani uomini che mi scrivono da ogni parte d’Italia (a volte anche da posti molo lontani come la Francia o gli Stati Uniti) perché hanno riso (e a volte pianto). Ecco, il mio lettore preferito è quello che ha riso insieme a me delle vicissitudini dei personaggi. Ché è chiaro che sono io il primo a sganasciarmi quando metto in scena una situazione grottesca.
Dall’esperienza della scrittura è nata la nostra amicizia. Guardati, guardami. Le nostre voci letterarie in questi ultimi anni, come spesso mi dici anche tu, si sono avvicinate, scontrate, confuse, poi allontanate, confrontandosi di continuo con i tempi e i luoghi che viviamo separatamente. Ridendo come pazzi: così abbiamo scritto entrambi. Tanto. Sempre. Come cambia secondo te la voce di chi scrive, cosa la condiziona? Saranno mai davvero utili le nostre risate da bambini?
Amnesia vivace è una webzine trimestrale di "critica dell'arte e della società".
Visitatela, contiene articoli e saggi molto interessanti, fra cui quelli di cinema di Emanuela Cocco (nella foto).
In questo numero, la stessa redattrice ha scritto una recensione a Niente da ridere in forma di dialogo col sottoscritto (in realtà i miei contributi son minimi, è l'acume della penna di Emanuela che trovo formidabile). Qui.
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E questo è l'editoriale del numero appena comparso in Rete:
[Linea di...tenebre] - Editoriale, ovvero «articolo di un giornale o di una rivista, generalmente di prima pagina, scritto specialmente dal direttore, in cui è espressa la linea politica e ideologica del giornale stesso» (demauroparavia.it).
Ora, premesso che AV non ha un direttore e non vuole averlo, il problema del nostro odierno editoriale sta in quella sua imprescindibile natura di pezzo importante dove, appunto, si esprime «la linea politica e ideologica del giornale stesso».
Cari lettori, il fatto è che la nostra rivista una linea politica ed ideologica ce l'ha, ma essendo tutti noi soggetti ad una vivacE amnesiA... l'abbiamo completamente dimenticata. E allora non ci resta che ricostruirla da capo, quella linea. Impostiamo il problema. Per costruire una linea ideologica e conseguentemente politica occorre avere chiara coscienza di: 1] ciò che si è; 2] ciò che si vuole; 3] ciò che si ha.
Punto 1: ciò che si è.
In questa rivista, tra redattori e assidui collaboratori, si è tutti più o meno giovani (comunque nessun decrepito), tutti più o meno colti, (pseudo) intellettuali, artistoidi, mediamente precari, mediamente squattrinati, di cultura cristiana (Croce docet), ontologicamente borghesi (Gaber docet), mediamente stanchi e delusi e arrabbiati, qualcuno è emigrato, qualcuno sogna di farlo, qualcuno dice di essere di sinistra, qualcuno ricorda che in lontani tempi era comunista, qualcuno non gliene frega un c… perché «prima viene lo stomaco e poi la morale».
Punto 2: ciò che si vuole.
Sentimenti politicamente corretti: lavoro, giustizia, libertà, solidarietà, uguaglianza, pace nel mondo, ambiente pulito, fermiamo l'AIDS. Sentimenti politicamente scorretti: più soldi in tasca, più cannelloni in tavola, più sesso estremo (ma anche tradizionale va bene), eternamente giovani, sesso droga e rock'n'roll, abbasso la morte.
Punto 3: ciò che si ha.
Berlusconi e Veltroni. Ma anche Bertinotti e Casini e Storace. Ah, dimenticavamo, anche Mastella e Boselli e Pannella e Bossi. Ecco, cari lettori, ora aiutateci voi a ricostruire la nostra linea ideologica e politica... possibilmente prima del 13 e 14 aprile. Grazie.
Buona Ricerca
La Redazione
Giorni fa torno da un viaggio e mi fiondo direttamente all'Hotel Tiziano di Lecce a introdurre il comizio di apertura della campagna elettorale del Partito democratico. C'era D'Alema, c'erano corrierate di persone provenienti da tutta la provincia, ma c'era soprattutto Sergio Blasi, il segretario provinciale del PD, sindaco di Melpignano, insuperabile arbiter elegantiae, fenomenale uomo d'azione e d'idee, persona schietta e colta e comunicativa come pochissimi altri uomini politici nella storia italiana (inventore, fra l'altro, di tutti gli happenings culturali più importanti del Salento, dal Festival
Rock degli Ottanta, con i CCCP e i gruppi societici, alla Notte della Taranta). L'ho fatto solo per lui. Perché gli credo. Questo salone grande come un circo. La musica di Jovanotti. Migliaia di simpatizzanti. Voi ridete. Provateci voi a parlare in un posto così, provateci. Io m'ero scritto un pistolotto in viaggio, e l'ho letto. C'erano anche Elisabetta Liguori e Nicola Papa. Tre fessi idealisti e puliti e belli nati nel 68. Ci facevamo coraggio a vicenda. Mi son sentito molto confortato dalla loro presenza. Il giorno dopo Nicola (grande economista, scrittore, giornalista, già broker nella City, poi manovratore di miliardi in Elvezia, ora in fase di studio teorico) mi manda questo raccontino che volentieri pubblico.
N'antro passo
di Nicola Papa
Anemia.
La nonna, mia nonna – 97 anni, Dio la benedica - ha un po’ di anemia.
I globuli rossi scarseggiano. La visita con l’ematologo, al “Vito Fazzi” di Lecce, è per oggi alle 18.
“Ci accompagni tu?”, mi chiede mia madre. “Al ritorno sarà buio e io sai che non guido molto bene”.
“Sì, vi ci porto io”, le rispondo.
A dispetto delle tante cose da fare che ho.
Inconsciamente, ma mica tanto, è un modo per farmi perdonare da mia nonna: è da tanto tempo che non passo a trovarla, lei che mi ha cresciuto. Una specie di risarcimento. Glielo devo, a mia nonna.
E’ una donna formidabile, mia nonna: sorda ormai ma vigile pur sempre; di debole vista ma di grande - e mai retorica - saggezza. Spiritosa, volitiva, furba. Sa tutto della vita. Proprio tutto.
“Cos’è Internet?”, mi fa, all’andata. Mia madre sorride, la vedo dallo specchietto.
Provo a spiegaglielo, a mia nonna, cos’è Internet, ma lei si annoia, dopo un po’.
Arriviamo. Quarto piano. Piano, piano, sottobraccio. Ci sono due tipi, prima di noi. E il dottore ha appena ricevuto un altro paziente, così ci dicono.
Calcolo il tempo previsto di attesa: non meno di un’ora.
Azz…e cosa faccio, ora? Non ho portato niente da leggere.
Lascio mia nonna e mia madre in sala d’attesa. Io me ne vado. Salgo in auto. Mi attacco al telefonino, chiamo qualche amico, nella speranza che si aggiri su Lecce, per un caffè, o un aperitivo. “Baffetto” mi respinge la chiamata: sarà in riunione…”Lo sta uccidendo, questa azienda…”, penso. “Kabàla” non mi risponde proprio. Giancarlo ha la febbre.
“E mò?” penso.
Metto su un po’ di musica.
Michelangeli suona Chopin. Divinamente.
“Quasi quasi…”, mi viene un’idea. Un’idea stupida, inaspettata, improvvisa. E la seguo.
Arrivo all’Hotel Tiziano. File di auto. Non è facile trovare un parcheggio. Accanto a me, si accosta un’automobile scura, impolverata, mal tenuta; il rombo del motore è cupo, si capisce che è un auto potente. Scendono tre tipi: grossi, brutti, cu’ tanta de panza, e baffoni alla cosacca.
“Oh mamma mia”, penso. “Che ci fanno ‘sti tre contrabbandieri da D’Alema?”.
Massimo D’Alema inaugura la campagna elettorale del PD, Partito Democratico, a Lecce. 
Il PD nasce da una fusione: in economia aziendale si chiamerebbe “fusione per unione”. Post-comunisti dei DS (Democratici di Sinistra) e cristiano-sociali (la corrente “di sinistra” della good old Democrazia Cristiana, poi Margherita dopo l’offensiva giudiziaria dei primi anni ‘90) si sono uniti, pochi mesi or sono, e hanno creato questo nuovo partito, con grandi ambizioni elettorali.
Saranno presto testate, tali ambizioni.
C’è un gran casino, all’ingresso. Molti Carabinieri, molta Polizia. Moltissimi simpatizzanti. Innumerevoli lacchè.
“O diavolo, ma perché sono venuto? Cazzo ci faccio, io, qui? Non li sopporto, ‘sti papaveri”
penso mentre mi aggiro per i viali di ingresso. “Era meglio se me stavo con mia nonna”.
Sorrido, mentre varco l’ingresso dell’Hotel, facendomi largo a gomitate tra giovani donne belle bellissime profumate profumatissime e affaristi incravattati incravattatissimi.
“Bastonabili, bastonabilissimi”, penso.
“Che cazzo ci fai tu qui?” gli chiedo, mentre ci abbracciamo, io e Livio, nel bel mezzo della hall di ingresso.
“No, Livio, ti prego, non nel partito democratico”, penso tra me e me, in preda ad attimi di sconforto, “non con questa gente, ti prego…”
“Devo fare un intervento. Un pistolotto. 5 minuti e via”. E mi mostra un foglio scritto a penna, fitto fitto, inchiostro blu, grafia minuta e, almeno così mi pare in quell’attimo, frettolosa.
“Ma guarda, ero in Ospedale con mia madre - (sguardo preoccupato di Livio) -...no no, tranquillo, solo alcuni controlli per la nonna…c’era un’ora e passa d’attesa e allora mi è venuta l’idea di fare un salto qua…“, gli dico.
“Bene, giusto in tempo per sentire il mio intervento allora. Devo scappare, ci vediamo dopo”, mi fa.. E va, Livio.
“Che bella cosa, come sono felice. Livio è ormai un intellettuale riconosciuto. Lo invitano in queste kermesse. E’ un segnale forte di successo, di visibilità. Sono felice, se lo merita appieno.”
Proseguo. Attraverso la hall, seguo il flusso in entrata della gran folla. Si scende lungo alcune rampe di scale. Troppa gente, e la fila si inchioda: siamo in tanti su una corta rampa. Mi viene un momento di angoscia claustrofobica. Riprendiamo a muoverci, per fortuna, sebbene lentamente.
Arrivo nella sottoposta sala. Gremita. A occhio e croce, duemila esseri umani (o esagero?).
Posti a sedere esauriti. E allora tutti in piedi. In fondo alla sala, lungo i corridoi laterali, lungo il corridoio centrale. Quest ultimo mi pare quello meno affollato. Mi ci avventuro. Spingo un po’. Qualcuno si lamenta, dietro di me, perché sono alto e lui non vede. “Sto cinque minuti, ascolto Livio e me ne vado, compagno”, gli dico.
“Compagno? Io non sono compagno di nessuno, non ci provare. E poi, chi Livio?”
“Livio Romano”, bruscamente gli rispondo, piccato, e gli dò dell’ignorante con lo sguardo…
Sul palco c’è una tipa che parla. E’ una giovane donna, e parla tutta infervorata. Dice un sacco di robaccia retorica, cita il citatissimo Moretti: “ D’Alema, dì qualcosa di sinistra”. D’Alema è alle sue spalle. Ha una penna ed un foglio bianco in mano, ripiegato. Ma non prende appunti, né sorride alla citazione, mentre, tutto intorno, gli altri, invece, sorridono, applaudono, lo osservano. “Di sinistra?”, dice quello accanto a me. “Io non sono di sinistra, io sono di centro, della Margherita! Sta a vedere che adesso mi fanno diventare di sinistra”. La tipa sul palco rivendica l’orgoglio di essere donna. O almeno così mi pare, perché commette un paio di strafalcioni, mentre parla (“non deve essere facile parlare di fronte a duemila persone”, mi dico), e io mi distraggo, in automatico.
Non mi piacciono, gli strafalcioni.
Come che sia, la tipa riceve un sacco di applausi, mentre parla e dice cose e non-cose. Ad ogni salva di applausi, la tipa si infèrvora ed alza la voce.
Come i portieri di calcio, quando fanno belle parate: si gasano, e chi li ferma più?
Alle sue spalle, i rappresentanti del PD locale (oddio, avevo scritto DS, poi ho cancellato e ho scritto PD…che gaffe, avrei fatto!): alcuni li conosco, altri no. D’Alema è tra loro, confuso tra loro, uno come tanti, modestamente.
La tipa finisce di esporre la sua retorica robaccia: spazzatura verbale, per disperdere la quale l’inceneritore del tempo sarà d’uopo.
Applausi. D’Alema applaude, senza convinzione.
Una bionda platinata compare sul palco. Ha un microfono in mano.
“E ora chiamo sul palco il grande scrittore salentino Livio Romano, per un breve intervento”.
Guardo quello dietro di me, lo guardo torvo. “Hai capito, mò, chi è Livio?”, gli dico con lo sguardo, ma non so se lui capisce.
Qualcuno cerca di farsi strada, alle mie spalle. Volto il capo. E’ Livio. Mi passa accanto, ma quasi non mi vede. “E’ emozionato”, penso. Lo prendo un attimo per il braccio, lui mi vede, apertamente ridiamo: “Che non ti venga in mente di dire compagni, Livio, che qui ti fischia dietro mezza sala…”. Se la ride, Livio. E suda, pure, lo vedo sudato.
“Dai, Livio – penso - sali lassù e fa’ capire cos è la cultura…vola alto…”
Sono curioso come una scimmia. Cosa cazzo mai dirà, Livio, ad un congresso di apertura dei DS (di nuovo…beh, vabbè…ormai l’ho scritto e non lo cancello più…) di una campagna elettorale? Sì, ok, Porto di Mare era impegnato, ma poi Niente da Ridere è diventato più esistenziale, più generazionale, più soggettivo…
Livio sale lassù e inizia a parlare. Il tono di voce è basso, dimesso. L’eloquio non è fluido.
Legge il suo foglio scritto a penna, fitto fitto, inchiostro blu, grafia minuta.
Si inceppa una prima volta, non riesce a leggere quel che c’è scritto. Quel che lui ha scritto… Ma poi riparte. Si inceppa una seconda volta, stavolta più a lungo… lunghi secondi, uno, due, tre…”Ma che cavolo ho scritto?”, dice al microfono… risata collettiva, applauso…
“E’ un genio!” dico alla tipa accanto a me, che mi guarda stralunata, “Un genio assoluto!”
”Ah, “cerchia”, ho scritto “cerchia”! “, dice, e riprende… e dice cose bellissime… Brian Eno: cita Brian Eno al concerto del PD (sì, sì, “congresso” volevo scrivere…). Brian Eno! In un luogo abituato ad ascoltare “Mi fido di te”, Livio cita Brian Eno…che bello!!
Poi dice, calmo calmo, pacato pacato, veloce, rapido, in un soffio “…e che sconfiggiate le mafie e le baronìe”…
niente applausi, a Livio, alla tipa bècera di prima sì…
D’Alema prende un appunto…
Cinque minuti dopo Livio ha già finito. Un applauso lo saluta.
Lo seguo con lo sguardo. Cerca di uscire dal corridoio laterale, tra la folla.
Sul palco, la bionda col microfono dà la parola ad uno dei papaveri seduti sul palco…
Io mi muovo verso Livio, lo voglio salutare, ringraziarlo della naturale grazia con cui dice e scrive cose importanti.
Lo raggiungo. Insieme a me, lo raggiunge Elisabetta.
Elisabetta Liguori.
Grande scrittrice salentina, direbbe la bionda con il microfono, dal palco, se la dovesse presentare, e anche in questo caso, come per Livio, non sbaglierebbe.
Quasi non la riconosco, con i capelli così corti. “Li ho tagliati tanto tempo fa! – mi dice – quindi è proprio da tanto che non ci vediamo!”.
Ci salutiamo con affetto, noi tre, è amicizia sincera.
Livio è sudatissimo. Ce la ridiamo. “Vorrei vedere voi, a parlare di fronte a duemila persone”, ci dice.
Mentre andiamo via dalla Sala Congressi, sento alle mie spalle, dal palco, provenire la voce enfatica di uno che quasi urla “Compagni e compagne!”. Mezza sala applaude, l’altra mezza bofonchia qualcosa, che non si capisce…
Usciamo dall’Hotel, io Livio ed Elisabetta. Ci diciamo un sacco di cose in pochissimo tempo. Livio ri-guarda il suo foglio, scritto fitto fitto… ridiamo…
“Un raggio di sole, Livio, sei stato un raggio di sole!”, gli faccio.
N'antro passo, dicono a Roma, alle corse dei cavalli, per indicare che un trottatore è un campione, di gran lunga superiore rispetto agli altri.
Che fai? Che non fai? Scrivi? Lavori? Venite a Pasquetta?
Ci salutiamo, Livio rientra in Hotel, Elisabetta va via. Io torno a riprendere mia madre, in Ospedale.
“Dunque, c’era un motivo, perché io venissi alla serata di apertura della campagna elettorale, a Lecce, dei DS”, penso, mentre raggiungo la mia auto.
Porc…, ho scritto di nuovo DS! Vabbè, scusate.

-Se non fosse una storia impossibile sai come andrebbe a finire? Andrebbe a finire che un giorno mi vedresti arrivare con lacrime e valigie.
-Macché. Tu al massimo puoi arrivare in motorino con un cestino per il
pic-nic. E io salirei con te con addosso una gonna rossa plissettata e scorrazzeremmo per le campagne scambiandoci dialoghi brillanti da commedia americana.

"...perchè la felicità ha dentro qualcosa di spaventoso. E anche la speranza è spaventosa, almeno quanto può esserlo ogni possibilità nella vita. Però io stanotte sono in pace, le so queste cose qui, so che è così ma stanotte non ne soffro, si può restare fermi in questa condizione di impassibilità, per favore?".
E.
Take me out tonight
Where there's music and there's people
And they're young and alive
Driving in your car
I never never want to go home
Because I haven't got one
Anymore
Take me out tonight
Because I want to see people and I 
Want to see life
Driving in your car
Oh, please don't drop me home
Because it's not my home, it's their
Home, and I'm welcome no more
And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure - the privilege is mine
Take me out tonight
Take me anywhere, I don't care
I don't care, I don't care
And in the darkened underpass
I thought Oh God, my chance has come at last
(But then a strange fear gripped me and I
Just couldn't ask)
Take me out tonight
Oh, take me anywhere, I don't care
I don't care, I don't care
Driving in your car
I never never want to go home 
Because I haven't got one, da ...
Oh, I haven't got one
And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure - the privilege is mine
Oh, There Is A Light And It Never Goes Out
E allora una settimana fa avevo questo mazzo di poesie (il terzo, da dicembre ad oggi). Concorso di "poesia". Lo metto fra virgolette perché per me questa è una parola che ha un senso quasi divino. Insomma, niente a che vedere con le centinaia di scribacchiature dilettantesche che giungono a questi concorsi cui spesso mi capita di fare il giurato. Però Emanuela mi diceva "Non riderne, potrebbe esserci la perla". D'altro canto, era un concorso intitolato a Ugo Ercole D'Andrea, poeta sommo, nato cr