livio romano

Niente da ridere

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Utente: livioromano
Livio Romano è nato nel 1968 a Nardo', in provincia di Lecce, dove vive. Insegna inglese in una scuola elementare, e scrive da sempre. Oltre a collaborazioni per giornali riviste radio teatro cinema -gli piace in particolare fare reportage e pezzi di costume- ha pubblicato un racconto in Disertori (Einaudi), tre racconti in Sporco al sole (Besa-Books Brothers), i romanzi Mistandivò (Einaudi 2001) e Porto di mare (Sironi, 2002), il saggio "Da dove vengono le storie" (Lindau, 2000), il lungo reportage dalla Bosnia "Dove non suonano più i fucili" (Big sur, 2005, vedi link). Per Radio RAI 3 ha curato "Gli uomini dalla testa di girasole" per la serie Cento lire, "Diario elementare" per Fahre Blog , "Il fascino mite delle travi di legno" per Storyville. Suoi racconti ("Uomini a Natale" è linkato in questo blog) sono apparsi in numerose antologie e testate, fra cui "Mica male il tuo libro" (Aliberti), "Narrative invaders" curata da Renato Barilli, Linus ("Breve lamento del giovane padre progressista"), Mordi & Fuggi, Manni editore, L'Unita, Ulisse. Insegna scrittura creativa in scuole d'ogni ordine, associazioni, università. Nel febbraio del 2007 è uscito il suo ultimo romanzo NIENTE DA RIDERE, ed. Marsilio. La foto dell'avatar è di Linda Hand. livio.romano@alice.it

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sabato, 21 novembre 2009

La controra (*)

coverManni edizioni ha dato alle stampe l'antologia È finita la controra, libro in cui il critico letterario Filippo La Porta fa il punto su una narrativa, quella pugliese, che a partire dagli anni Novanta sta vivendo una sua Nouvelle Vague - o Rinascimento, o in qualunque modo lo si voglia chiamare. Diciannove autori nati tra il 1956 e il 1986 provano a dare un senso, anzi sensi diversi alla mutazione delle Puglie. Raccontano delle contraddizioni e dell’incanto di una terra che può declinarsi al plurale; e di fallimenti che non sono solo dissipazione ma anche creatività ed epica. Si legge una inconsapevole opposizione alla modernità e un suo irresistibile, inquietante, fascino.

Brani dai romanzi di Cosimo Argentina, Vito Bruno, Gianrico Carofiglio, Carlo D'Amicis, Giancarlo De Cataldo, Girolamo De Michele, Mario Desiati, Omar Di Monopoli, Nicola Lagioia, Alessandro Leogrande, Elisabetta Liguori, Annalucia Lomunno, Flavia Piccinni, Andrea Piva, Emiliano Poddi, Pulsatilla, Angelo Roma, Livio Romano, Angela Scarparo.
laporta14Addio controra, in Puglia l'incanto sa di acido fenico
di Filippo La Porta
su La Gazzetta del Mezzogiorno del 15 novembre 2009
È difficile parlare della Puglia sottraendosi interamente al suo incanto, agli odori che stordiscono, al paradiso terrestre delle dolci distese di ulivi e di grano, ai santi che volano, alle cattedrali che incorporano nelle facciate i minareti, al sapore della focaccia, al respiro di Oriente o di Africa e ai castelli fiabeschi più belli della penisola.
Tutto questo però, nella convulsa modernità (o postmodernità) di oggi convive in modo contraddittorio con economie tipiche della globalizzazione, con squilibri e nuove disuguaglianze, con una forte esposizione ai flussi migratori, con una politica spesso affaristica e clientelare, con le tortuosità verbali di una retorica avvocatesca, con patologie sociali vecchie e nuove, e insomma con tutti i mali che affliggono l’Italia contemporanea – e in particolare l’estremo Sud – e ne configurano l’anomalia.
Ma cerchiamo di capire meglio le caratteristiche reali di una terra che pure stimola «naturalmente» una certa visionarietà. Nel suo classico Viaggio in Italia (1957) Guido Piovene osserva che «le Marche sono un plurale», composte di una parte umbra, un’altra romagnola, un’altra ancora abruzzese. Ora, nel nostro Paese, a parte gli Abruzzi, c’è solo un’altra regione che si declina al plurale: le Puglie (anche se dall’istituzione delle Regioni, nel 1970, si è stabilizzata la dizione «Puglia»). E si declina al plurale sia geograficamente che storicamente, linguisticamente, culturalmente, eccetera.
Non è solo il paesaggio che muta radicalmente: per restare a Piovene, si passa dalla pianura gialla del Tavoliere al carattere tutto levantino di Bari, a Taranto nuova, distesa su una antica necropoli, alle piazze teatrali di Lecce dove «una commedia di Goldoni non stonerebbe». Un barese (dotato di un «gusto della pulizia» di origine sveva, «che non si avverte nemmeno nella val Padana») ha pochissimo in comune con un abitante della provincia di Foggia (un po’ «cittadina borbonica» e un po’ «cittadina del West») o con i leccesi, popolazione elegante «poco meridionale nel fisico» (le espressioni sono tratte da Piovene), con molte persone bionde di pelle asciutta e chiara.
Conseguentemente, la letteratura pugliese contemporanea, che comprende anche la diaspora (i molti pugliesi che vivono in altre regioni), è fedele espressione di questa varietà antropologica.
Come sempre i potenziali difetti di un popolo sono contigui alle sue virtù. In Puglia, tradizionalmente, non solo i santi vengono dal mare. Anche contrabbandieri, saraceni, mercanti, pirati, trafficanti di ogni genere. Dunque una regione che è crocevia, luogo di traffici, incontri e relazioni. Questa propensione a trafficare – che dopo la Caduta del Muro ha ricevuto nuovo impulso – diventa, sul piano culturale, apertura e attitudine alle più diverse contaminazioni.
Per limitarci alla lingua il critico foggiano Michele Trecca, nel pubblicare la importante antologia di scrittori meridionali Sporco al sole (Besa 1998) ha parlato giustamente di «lingua meticcia, fatta di contaminazioni dialettali, gergali, musicali, fumettistiche», a proposito di autori pugliesi come Annalucia Lomunno e Livio Romano.
Ma si potrebbero aggiungere tanti altri esempi di contagi culturali e di creativa fusione alto-basso: l’esperimento di Giancarlo De Cataldo – il musical rap Acido fenico – con il gruppo raggamuffin dei Sud Sound System o il tentativo di innalzare il blog a testo letterario di Pulsatilla o gli smaglianti reportage narrativi di Alessandro Leogrande. E ancora, nel cinema, le colonne sonore di Pizzicata e Galantuomini di Edoardo Winspeare e della Capagira di Alessandro Piva, film a loro volta innovativi e meticci, capaci di attraversare generi e linguaggi.
Tanto da far parlare, non senza ragione, di un Nuovo Rinascimento della regione (che non riguarda solo il vino e la gastronomia!), di una Nouvelle Vague pugliese. Al di là di ogni enfasi si tratta di un processo reale che interessa le arti, la letteratura, il sapere tutto, e che va nella direzione, sottolineata dal sociologo Franco Cassano, di una «pugliesità mediterranea», di una identità regionale aperta a traffici e scambi con il Sud dell’Europa (come mostrano, tra l’altro, anche i recenti romanzi di Raffaele Nigro, melfitano poi «baresizzato»).
È possibile individuare delle costanti nelle nuove narrazioni che ci vengono dalla regione, sia sul piano contenutistico che su quello stilistico? Se pensiamo alla multiforme pluralità cui accennavo la risposta è negativa.
Eppure i libri recenti di autori pugliesi sono tutti attraversati dal senso di una mutazione. Non solo perché è probabilmente finita la «controra» (Carlo D’Amicis), ma perché dall’intreccio di arcaico e postmoderno è emerso un nuovo soggetto, un tipo umano spesso inafferrabile o invisibile (Angelo Roma), a volte nichilista e con una sua losca vitalità (Andrea Piva), a volte idealista e cinico (Girolamo De Michele), a volte immigrato marginale per scelta (Mario Desiati), altre volte violento e demenziale (Omar Di Monopoli), e perfino prete dalla fede tremante ma figura insolitamente positiva (Vito Bruno); o anche declinato al femminile, con donne ironiche e beffarde (Pulsatilla), nevrotiche e inquiete (Angela Scarparo), dolenti e risentite (Flavia Piccinni). E, ovviamente, si tratta di un tipo umano che riassume caratteri più generali che appartengono alla mutazione dell’intero Paese.
La Puglia, all’interno del Mezzogiorno, ha caratteri propri e una orgogliosa specificità. Si sarebbe tentati di parlare di un Sud-Est equivalente del Nord-Est (il Pil pro capite è aumentato negli scorsi anni più della media nazionale), anche se la disoccupazione resta alta e comunque il dinamismo della regione si fonda su una robusta componente di lavoro nero e financo sullo schiavismo, su lavoratori immigrati tenuti letteralmente alla catena.
Però la Puglia, proprio perché sembra spingere all’estremo certe tendenze dello «sviluppo», potrebbe rappresentare un osservatorio particolarmente interessante per descrivere la diversità che oggi il Sud d’Italia esprime, assai differente dalla scontrosa, mitica «diversità» che in passato celebravano gli Ignazio Silone e i Carlo Levi. Come tra l’altro ci ha mostrato in modo limpido Nicola Lagioia, capace di fare storia civile del Paese attraverso il romanzo di iniziazione. Si tratta – mi pare – di un mondo accogliente e impenetrabile, estroverso e diffidente, che oppone una inconscia, involontaria resistenza alla Modernità (dalla quale è però irresistibilmente attratto).
 

*: Lo posso dire? Io adoro Filippo La Porta e condivido quasi sempre le sue posizoni critiche, ma ecco: son stufo di esser identificato con lo sperimentatore linguistico di Mistandivò. Semplicemente non scrivo più così e sarei grato all'Accademia, ma anche alla critica militante se -così come hanno fatto tanti tanti lettori affezionati, e alcune università straniere fra cui Harvard- si accorgessero di questo dato (anche per stroncarmi aspramente, sia chiaro!). Non che mi prenda talmente sul serio da credere che questa virata sulla lingua "piana" possa esser d'un qualche interesse per l'umanità -sono un piccolo oscuro narratore terrone, e tale resterò, per carità. Solo vorrei, da ora in poi, che se proprio mi si vuol citare negli studi e nelle tesi di laurea si prenda anche in considerazione Porto di mareNiente da ridere, quest'altro in uscita Il mare perché corre e il resto dei racconti sparsi, tutto qua.
mercoledì, 11 novembre 2009

Una scoperta e un accorato appello

Ok, sul versante narrativa penso di essere a posto per i prossimi tre mesi. Dopo Foster Wallace, ho scoperto il mio nuovo trip: Lucía Etxebarría, praticamente mia coetanea, strepitosa scrittrice madrilena del quale ho appena divorato Amore, Prozac e altre curiosità. La Nick Hornby spagnola, tanto per capirci -anche se ho 426246lucia etxebarrial'impressione che quando uno cita Hornby non è che ci si capisca tanto. Per molti è lo scrittore del calcio e/o quello del negoziante di dischi. Be', per me no. Per me il genere-Hornby è qualla narrativa, ben congegnata e dal ritmo brioso, la quale racconta di vite ordinarie, di gente come te che stai leggendo e come me che sto pigiando sulla tastiera, epiche minori, lonely people, gente d'Occidente che va in giro a fare la spesa e sa quanto costa un litro di latte in almeno tre diversi supermercati della città; gente che ha figli, rate, bollette, cali della libido, esplosioni della libido stessa, amanti, tresche, lavori grigi, recuperi di amor coniugale, baby sitter da pagare, vacanze da organizzare e così via. Insomma: tutto quel che agli scrittori italiani di successo importa men che nulla. Ho trovato proprio stasera, in Vibrisse, una interessante definizione degli stessi scrittori, è di Marco Bellotto: "Sono in stragrande maggioranza dei memorabili coglioni. Hanno tutti i difetti del piccolo-borghese: ipertrofia dell’ego, carenza assoluta di autoironia (la loro autoironia è sempre fasulla), servilismo ai limiti dell’accattonaggio verso i potenti, boria insensata verso i deboli. Sono ipocriti, permalosi, vendicativi, traditori, meschini. Pur avendone i difetti, non hanno nessuno dei pregi della piccola borghesia, dato che la aborrono: loro sono scrittori! [...] L’autobiografia di questi imbecilli potrebbe essere un romanzo interessante, addirittura gustoso, se fosse scritta con autoironia. Macché: in un mondo sovrappopolato di gente che si fa i cazzi degli altri, loro (che sarebbero pagati per quello) ti sfiniscono santificando ogni propria secrezione, corporea o spirituale, il tutto senza uno straccio di trama. Se viene trovato un cadavere con un romanzo italiano fra le mani, credetemi, quel tizio è morto di noia, forse si è suicidato atrocemente. [...] Una buona metà dei romanzi usciti negli ultimi anni in Italia dovrebbe avere lo stesso titolo: Agiografia di una testa di cazzo. Visto che vanno di moda gli acronimi, propongo di sostituire autofiction, che a giulio non piace, con ATC. [...] Ma l’inserimento più o meno esplicito del sé nel corpo del romanzo funziona – e difatti lì funziona – solo se il romanzo ha un corpo. E corpo, da che mondo è mondo, significa carne e sangue, non certo Bene e Male (da quando in qua Bene e Male sono corpo? Casomai sono anima). Per corpo deve intendersi, quindi: una dannatissima trama, dei dannatissimi personaggi, una dannatissima esplorazione del mondo. Insomma il vecchio e caro materiale del romanzo. Se a questo poi si aggiunge una prosa ricca di sapori (la prosa speziata di Marquez, quella amara di Philip Roth, quella aspra di Houellebecq, quella agrodolce di Bolaňo, quella zuccherosa di McEwan, quella tutta curry e limone di Rushdie, ecc.) ne escono dei libri bellissimi, talvolta dei capolavori. Con ogni probabilità molti dei principali scrittori stranieri sono pure loro teste di cazzo (Houellebecq di sicuro). Ma sanno fare il loro lavoro".

Ecco, versante narrativa, sistemato, dicevo. Ora, su: consigliatemi un paio di dischi di quelli da consumare a furia di ascoltarli. Anche vecchi, ma non tanto vecchi -sì insomma: non ve ne uscite con i Pink Floyd o Jim Morrison! L'ultimo disco che ho amato dalla prima all'ultima nota e ascoltato centinaia (se non migliaia) di volte è stato The bends, secondo me il capolavoro dei Radiohead, comprato un anno fa a 5.90 euro in edicola. Prima di quello, Real life di Joan (as a police woman), regalatomi nella primavera del 2007 da Francesco Savio. Ddddddio che capolavori, che dischi sublimi. In mezzo, una miriade di roba da due o tre stelle, qualche volta perfino quattro, ma nessuno da cinque stelle. Ecco, consigliatemi un disco da cinque stelle. Non voglio una band o un cantante. Voglio proprio un disco, uno solo, un titolo, un cd intero. Dai, su. Un disco di rock'n'roll, ovviamente. Non si accettano lagne italiane cantautoriali né pop melodico di qualsivoglia latitudine. Rock. Nero. Con le sue brave radici nel blues e tutto il resto. Grazie in anticipo.

giovedì, 05 novembre 2009

Frammenti di cose volgari

Copertina Frammenti(2)Un'altra antologia che segnalo non tanto per il mio contributo -un articoletto breve breve su Londra- quanto per la gran quantità e qualità dei materiali contenutivi, è FRAMMENTI DI COSE VOLGARI, edita da Booksbrothers. E' una raccolta della grandissima mole di interventi critici, racconti, segnalazioni, dibattiti che negli ultimi tre anni hanno animato il sito del più importante contenitore e convogliatore di idee letterarie del Meridione d'Italia, booksbrothers.com, appunto, assoziazione culturale che ruota attorno al grande agitatore culturale Michele Trecca, e a Enzo Verrengia e a Gaetano Cappelli. L'unica foto della copertina che ho trovato in rete è molto piccola, accontentavi, e comprate questo zibaldone introdotto in maniera eccelsa da Antonio Gurrado.

lunedì, 02 novembre 2009

Nuova Pequod

cover savioCi siamo. E' rinata la gloriosa Pequod di Marco Monina. Si chiama Italic Pequod, e ha già tre titoli pronti per esser liberati nell'aere con la distribuzione di PDE.

Prendete carta e penna. Appuntatevi questo, di titolo (un piccolo gioiello, vi fidate?):

Francesco Savio

Mio padre era bellissimo

Mio padre era bellissimo narra una storia apparentemente ordinaria, la più classica delle storie d’amore: quella tra un figlio e un padre che non hanno fatto in tempo a conoscersi, che non si sono potuti amare come avrebbero voluto. Nicola ha nove anni e, come tutti i bambini della sua età, sogna, sogna di vincere il Giro d’Italia con la sua bicicletta, d’indossare la maglia numero 10 di Platini, di giocare nella sua Juve. Smette di sognare il giorno in cui suo padre muore, quello stesso giorno smette anche di parlare, comincia a pensare, a pensare, a pensare di partire in treno alla ricerca di suo padre. La straordinarietà di questo libro, di questa storia apparentemente non originale, sta proprio nell’essere in un libro di pensieri, pensieri di un bambino; alcuni davvero folgoranti.

domenica, 25 ottobre 2009

Storie scellerate

cover_scellerateLo ammetto: fra le tante antologie cui mi chiedono di partecipare, non sempre ricordo di dar notizia in questo bloghetto. Questa Storie scellerate, a cura dell'ottimo Ettore Malacarne, ed. Cabila, mi pare particolarmente bella, e il mio racconto "Le cinque mosse": una delle cose da me scritte negli ultimi due anni forse più riuscite.

Tredici voci fra le più interessanti e originali del panorama italiano contemporaneo alle prese con le sfumature, a volte ironiche, a volte drammatiche, dell'irriducibile complessità del vivere.

Una coppia che per poter continuare si inventa assurdi giochi.
Un ragazzo che cresce con due grandissime passioni destinate a incontrarsi. Un marito infedele e distratto. Un adolescente desideroso di fare la sua prima esperienza in un mondo illecito. Un uomo assillato dal problema di come seppellire il suo cane morto. Un'aspirante velina determinata a non lasciarsi sfuggire la sua grande occasione. Un padre malato di Alzheimer e un mondo impazzito. Un assassino di bambini scomparso e una giornalista che indaga. Sono solo alcune delle storie contenute in quest’antologia, piena di personaggi che ci conducono, attraverso passioni e convinzioni, in esistenze che sono come coperte troppo corte, alle quali bisogna comunque adattarsi, quando per coprire la testa si è costretti a scoprire i piedi e viceversa
.Livio Romano  smoking 1

Il sostituto di Luca Ricci
Strangers In The Night di Elena Varvello
Il cobra e la mangusta di Paolo Colagrande
Quanto vale? di Fabrizio Loschi
Biscotto al cioccolato di Eliselle
Particolare di Manuela Critelli
Una festa della Madonna di Ettore Malacarne
CSKA Mosca di Marco Raffaini
Cinque buchi di Diego Fontana
Niente a che vedere l'Alzheimer di Gilda Policastro
Ero di Bruna Graziani
Le cinque mosse di Livio Romano
Skal di Mauro Pianesi

p.s.: pubblico una foto sì grande non per egocentrismo, bensì per cominciare a immettere nella Rete della foto più decenti di quelle che i giornali rubano qua e là e che rappresentano un me stesso che non esiste più. Questa foto è di Linda Hand.

postato da: livioromano alle ore 20:57 | link | commenti
categorie: storie scellerate, cabila, ettore malacarne
domenica, 04 ottobre 2009

Residenze letterarie

Questo pezzo a mia firma è uscito stamattina sul Corriere del Mezzogiorno allegato al Corriere della sera. Chiedo scusa al vecchio amico Blues Brother Michele Trecca (in foto): m'avevano detto che il suo intervento fosse saltato e invece ho avuto il gran piacere di rivederlo sabato sera al reading di Campi Salentina quando il mio pezzo era già in stampa.

michele-treccaPrendere una pattuglia di scrittori e rinchiuderli in una “residenza”, ancorché “letteraria”: è operazione che ha dei punti di contatto con il sequestro di persona. Io stesso rivado con la mente a certi trenini che attraversano campi galavernosi, sovrastati da nubi plumbee, e il collegio pavese dentro al quale sbarchi, la stanza monacale con il letto alto un metro e mezzo che ti assegnano, la sala da pranzo con le sedie intarsiate che pare di stare dentro a Harry Potter, questi geni di diciannove o ventuno anni che studiano per tre ore, poi fanno una pausa di quindici minuti durante la quale “provano a stuprare qualcuna delle gallinelle del reparto femminile” (mi rivelò, e senza scherzare, un ciccione che a vent’anni e mezzo stava per discutere una tesi su Wittgenstein), indi un’altra sessione di studio di tre ore, una partita a biliardo, a seguire un’ora di sonno e si riprende la sequenza indipendentemente dall’orario reale che scorre fuori (del quale, d’altro canto, questi mostri non avevano alcuna contezza, sprofondati com’erano dentro una specie di sottomarino senza finestre né luce naturale d’alcun genere). Oppure laoronzomacondo volta che ci ritrovammo all’Università di Campobasso e il convegno della mattina fu interrotto da uno psicotico che voleva ammazzare il Rettore –e, forse, anche l’intera banda di narratori lì convenuti- poiché per il terzo anno di seguito non era stato preso alla SISS. Arrivò la polizia, e noi ci ritirammo in camera. Residenze qua e là per lo Stivale. Niente a che vedere con quelle stanzette leggendarie che ogni tanto qualcuno fra i colleghi grafomani (scapoli) ti suggerisce di abitare per qualche tempo nei paesi del Nord Europa. Il bovindo dal quale osservare ettari di campagna con lepri saltellanti e stagni e viti che rosseggiano, il fornelletto per il pentolino del tè, la prospettiva di rimanerci anche un anno beccando perdipiù uno stipendio pagato dallo Stato. Qui in Italia, solo pochi giorni di sequestro. Nei miei ricordi di globetrotter letterario, durante questi eventi piove sempre che Dio la manda. Qualora ci fosse stata una possibilità che lettori, professori, studenti del circondario avessero voluto assistere alle nostre concioni: le bombe d’acqua che cannoneggiavano i dintorni della “residenza” li avevano trattenuti davanti al camino delle loro case. Ed è così che, plissettati, smadonnanti ma alla fine felici di ricongiungersi alla confraternita itinerante per le “residenze” italiane: gli scrittori comunque adempiono alle funzioni per le quali son stati invitati e per le quali percepiranno un (più o meno lauto) gettone di presenza. Un intervento sui temi più bizzarri, l’intervista al giornale locale, il reading nella sala comunale. Ci fu una volta durante la quale non era venuto davvero nessuno ad ascoltare i brani, ma noi decidemmo di leggere lo stesso e dopo un po’ la cosa si trasformò nello scrittore e critico Andrea Di Consoli che faceva le imitazioni degli scrittori anziani e degli accademici più blasonati provocando una folle ilarità fra i residenti che in tal modo si predisposero alquanto favorevolmente ad andare a cena per affrontare il Vero Dibattito, l’ininterrotto cicaleccio di tutte le tavole alle quali desinino scrittori italiani: chi ha pubblicato con chi, chi ha scalato le classifiche, che schifo, stampano cani e porci, come possa mai piacere al grande pubblico una porcheria simile, cosa dobbiamo invece fa’ noi per campa’.

Così pure, durante questa piovosissima tre giorni leccese organizzata, con le risorse regionali di Principi Attivi, dall’associazione Oronzo Macondo che vede negli editor Agnese Manni e Giancarlo Greco i due principali e strepitosi agitatori: c’era un cenobio di narratori d’una tal valentia e quantità come nel Salento non s’era mai visto. Il thema disputandum, stavolta, è stato il rapporto tra letteratura, linguaggio e nuovi media, e se l'esplosione del web e delle nuove tecnologie abbia cambiato il modo di scrivere, di raccontare, di farsi leggere. Arbiter elegantie dei dibattiti, Carlo Formenti: uno che queste faccende studia da anni e anni porgendole a studenti e lettori con la forte consapevolezza politica intrinseca a questi temi e l’ironia e il garbo che gli son propri. Gianni Biondillo, fra i fondatori e moderatori del Literature-blog Nazione indiana racconta la difficoltà di star dietro ai commentatori matti e ingiuriosi. E Girolamo De Michele che dimostra come la Rete, e in particolare siti come Carmilla, Lipperatura, Vibrisse, Il primo amore non solo risultino fra i blog più visitati, ma siano capaci di elaborare in un fiat manifesti e prese di posizione che la carta stampata da tempo immemore è incapace e impossibilitata a fare. Anche l’ottimo Massimo Maugeri, appena sbarcato da una Sicilia sommersa dall’acqua, racconta la sua esperienza di lit-blogger ideatore di Letteratitudine, un sito che sforna un dibattito letterario a settimana partendo da input disarmanti quanto acuti (“La strada di McCarthy racconta la fine del mondo, ma ci siamo davvero vicini?”, lanciò una volta, e giù tutto il popolo italiano delle belle lettere a litigare, approfondire, puntualizzare, citare). L’altro “uomo più gentile del mondo”, Giulio Mozzi, pure presente nell’insigne camarilla, scrittore che, a detta dei letterati ottantenni, è fra i pochi “giovani” il quale resterà nella Storia: espone la decennale esperienza di Vibrisse, corpulento blog condominiale che a un certo punto s’è addirittura evoluto in una casa editrice virtuale che propaga, dopo severissimo vaglio, libri on line e funge da agente letterario per la pubblicazione cartacea degli stessi. Ognuno ha un pezzetto di storia da raccontare, sul suo rapporto col web. Gaetano Cappelli, impegnato altrove, manda un intervento nel quale si dichiara entusiasta delle noterelle messe paolo norisu Facebook e disgustato dai polemisti dei citati Lit-blog. E Giorgio Vasta, l’immenso Dario Voltolini, e i nostri Elisabetta Liguori e Francesco Dezio, il sempre spiritosissimo Antonio Pascale, senza dire del sommo Paolo Nori il quale già appena dà fiato a quel suo affabulare emiliano mimetico e stralunato, son risate a crepapelle: gli scrittori da residenza son gente seria che svolge con impegno il compito assegnato per uno sparuto pubblico composto perlopiù di studenti nerd di lettere. Mica come certe star che pure, in ben più lucrosi happening letterari, ho spesso osservato starsene a pasteggiare al tavolino contornati da ammiratrici, invece di intervenire. Dopo i contributi, e dopo i reading ospitati dai Comuni di Zollino e Campi salentina, la comitiva risale sul pulmino e ripiomba nel magone. Si torna nella spelonca sperduta. C’è chi dichiara che all’alba fuggirà in autostop e chi ha paura del buio che c’è intorno. Chi vorrebbe andare in città a far bisboccia e chi s’accontenta del porno sulla tv satellitare. Fino a che qualcuno dell’organizzazione non consegnerà loro il pacco di articoli con foto usciti durante l’ultima settimana e li porterà in aeroporto. In attesa del prossimo invito per la prossima residenza.

 

venerdì, 25 settembre 2009

Eroi?

Tempo fa (ben sei anni fa), Giuseppe Caliceti ed io stavamo provando a scrivere un libro sulla scuola elementare. Questo che pubblico giù è uno stralcio scritto in occasione dei morti italiani a Nassyria. Stralcio che pubblicai anche su una rivista e che mi diede un mucchio di guai serissimi per mesi e mesi. Certo, oggigiorno non sarei così veemente. Soprattutto credo che, dopo sei anni, quegli stessi soldati avevano messo su famiglia e che i soldi della missione non gli servissero più per la BMW bensì per i pannetti e la retta dell'asilo e il mutuo e il resto. Inoltre mi mette una gran tristezza vedere che, come ha scritto Saviano se non ce ne fossimo accorti già da noi stessi, quegli "eroi" son quasi tutti terroncelli come noi e avevano un unico sbocco lavorativo: la leva professionale.

Afganistan_Army_soldiers_marching_in_Kabul_in_August_2006Penso che a tutti noi che abbiamo fra i 35 e i 40 anni il momento deve aver ricordato quel giorno di maggio del 1978 in cui un bidello passò per le classi sussurrando qualcosa alle maestre o ai professori. Io ero in Quinta Elementare. Il mio maestro socialista non accolse con troppa enfasi quell’invito a fermarsi, a osservare il silenzio, a pregare per Aldo Moro. Si stiracchiò. Sorrise con quel suo ghigno ironico. Andò fuori a vedere. Fra le classi femminili a noi contigue era tutto un piagnucolio, e da parte delle alunne, e da parte delle maestre. Ricordo la mia coetanea Graziana che si disperava in un angolo ripetendo: "E se vengono e uccidono anche tutti noi?". Poi si ricomposero. L’insegnante tracagnotta prese in mano un rosario. Partirono tutte con le preghiere. Noi assistevamo a queste per noi strambe manifestazioni affacciati dalla porta della nostra aula. Ma non ci fermammo a fare alcun minuto o ora di silenzio.

Così l’altro giorno passa il bidello Francesco e mi chiama in disparte, con l’aria contrita. Mi chiede di fare ‘sta cosa, mi dice che tutta Italia lo sta facendo. Per i nostri ragazzi in Iraq. Per i nostri eroi.

Io ci penso un po’. Ero in Quinta. Chiedo ai bambini cosa pensano dell’eccidio dei nostri soldati. Solita reazione. Sparatorie mimate a rotta di collo. Gente che cade per terra. Femmine che caricano i mitra. Maschi che impugnano bazuka. No. Niente silenzio. Andiamo avanti con le nostre cose. Eh no, Giuse’, basta davvero. Basta con questa sbobba mediatica che passa per le televisioni. Le trombe che intonano malinconiche melodie militari. Le bandiere a mezz’asta. Persone intervistate per strada con le lacrime agli occhi. Quanto eravamo buoni, noi italiani. Quanto siamo er mejio del mondo. I nostri ragazzi. Che distribuivano cioccolate e dollari agli iracheni. Andati là per portare, diosanto, la pace. La democrazia. La civiltà. No no no, Calix. Non nella mia classe di scuola elementare. Cazzo piangete italiani farisei? Addirittura ho sentito alla radio quella banderuola di Adornato che proclamava con la voce da fumatore di sigaro. "Gli italiani in quest’occasione hanno ristabilito un rapporto positivo con le proprie forze armate". All’inferno, dice il mio amico. Nelle caverne. Dovete ritornarvene nelle caverne da cui siete usciti. Riescono a fare della propaganda anche con le tragedie. A trasformare un atto di guerra propriamente detta in un melodramma all’italiana, ripugnante quanto posticcio, bugiardo. Quante volte l’avevamo detto noi, eh? Quante volte avevamo blaterato "Via l’Italia dalla guerra". Ma niente. Berlusconi doveva fare il sodale di George Bush. Soliti italiani servi, Giuse’. Il sindaco di Londra ha invitato Bush a non presentarsi in città. Gli ha comunicato di non essere benvenuto. Pure se il texano è atterrato a Londra, alla fine, lo stesso sindaco, a dispetto della politica estera di Blair, ha fatto pagare agli americani tasse salatissime per l’occupazione di suolo pubblico e il caos provocato dalle auto blù della scorta. Guarda noi. Una capitale in tilt per l’arrivo di quell’altro ceffo di Putin. Roma in ginocchio ché il Fascista Televisivo deve incontrare lo zarino russo.

Muoino da mesi, non dico iracheni, ma americani. Ragazzi come i nostri. Giovanotti con le rate della macchina da pagare. Con le mogli e i figli ad aspettare. Ne hanno parlato i giornali italiani? Hanno fatto tutto ‘sto bordello che hanno fatto per i nostri carabinieri? Non mi pare proprio. La percezione della gente rispetto a queste notizie mi pare che fosse "È la guerra, cosa ci possiamo fare?". Ma non ci toccate i nostri figlioli. Ché se ci toccate trucidate fate saltare in aria i nostri figlioli, allora son lacrime e bare foderate di tricolore. Ti rendi conto Giuseppe? Il tricolore. Regolarmente fatto a pezzi da numerosi esponenti della maggioranza. Adesso è tutto un tripudio di commozione e, ovviamente, di slogan "Andremo avanti lo stesso". Andremo avanti a fare la guerra. Lo sanno benissimo. Possibile che il popolo italiano non percepisca queste mistificazioni? I miei alunni le percepiscono eccome, caro mio. Proprio giorni fa erano stati in centro, davanti al Municipio, per la commemorazione dei caduti e la festa delle forze armate. Io dovevo raggiungerli alle 10.30, dopo aver fatto lezione in Prima. Sono uscito da scuola e ho seguito l’eco della banda. Ho fatto un gran giro a piedi. Son passato da chiese, monumenti, questura, carabinieri. Sudavo maledettamente per via del vento di scirocco. Ma niente. Nessuna traccia dei bambini. Appena passati. Loro e il corteo e la banda. Mi sembrava un sogno in cui non riesci mai a raggiungere la meta. Insomma ci siamo rivisti in classe. Hanno fatto tutto il giro del paese. Hanno deposto fiori. Letto poesie edificanti. Cantato l’inno nazionale. Son tornati a scuola. E il loro maestro li inseguiva da dietro. Ok. Ho chiesto loro che impressione avessero ricevuto dalla manifestazione. Gli ho elencato i posti dove li avevo cercati. Non ne conoscevano manco uno. Monumento ai caduti: "Forse vuoi dire il Bar Mirò?". Municipio: "Di fronte al Sidis?". Questura: "Sì, ragazzi, forse intende quel palazzo vicino alla sala giochi, fra la Banca e Toys". La loro mente è popolata di negozi. Di merci appetibili più o meno alla portata. Cosa si aspettano i nostri ragazzi da un giro in centro? Di commemorare caduti in guerre antiche e oscure? Macchè. Si aspettano di guardare le vetrine dei giochi, di bramarli, di discuterne. E la Bandiera Italiana? Vi è piaciuta [ognuno di loro ne aveva una in mano]? Cosa, teacher? La bandiera, hai detto? Questa cazzatina qua che ci hanno dato? E via a lanciarsela addosso l’un l’altra come freccette. Dite un po’: "Vi piace essere italiani?". Boh. Scrollano le spalle. Mi guardano come si guardano gli scemi che hanno appena pronunciato una baggianata. Con l’aria di chi dice: "Questo qua fa domande davvero idiote". E riprendono a ridacchiare fra di loro. A scambiarsi le carte di Yu Gi Oh, quelle rigorosamente falsificate. Ché le altre costano una fortuna. Ci sono anche a Reggio Emilia le carte taroccate di Yu Gi Oh?

E allora non prendiamoci per fessi. Smettiamola con questa lagna patetica dei soldatini fatti saltare in aria mentre andavano a fare del bene a i poveri negri. Lo dico ai miei alunni. Approvano anche loro. Ho tanti conoscenti che partono per le missioni internazionali con l’unico scopo di comprarsi la BMW al ritorno. Possono decidere di non andarci. Nessuno li obbliga. C’è una quota di volontà perfino nello scegliere se partecipare a una guerra o meno. Una volta, dieci anni fa, chiesi a un marinaio che stava partendo: "Ma lo sai che andate a radere al suolo un paese già distrutto dalla dittatura?". Mi rispose: "Sai chi se ne fotte della dittatura, mi pagano il triplo, noi italiani restiamo comunque defilati in Giordania, metto a disposizione la mia vita, sto lì sei mesi, al ritorno me la godo alla grande". Mercenari. Niente di male. Mercenari anche i vari propagandisti televisivi. Continuando così l’umanità diventerà il corridoio di un ipermarket. Ognuno offre la sua mercanzia e con i soldi che becca ne compra dell’altra.

Niente silenzio, dunque. Anzi, li ho fatti ballare. Ho messo nello stereo un pezzo che parafrasando un vecchio standard swing utilizzava il continuous present e li ho fatti sgambettare un po’. Niente di speciale. Ma è meglio dell’orrore tele-governativo.

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giovedì, 23 luglio 2009

David Byrne

Questo mio pezzo è uscito ieri sul Corriere del Mezzogiorno, supplemento del Corriere della sera.

Non erano cominciati gli anni Ottanta che Brian Eno ebbe a dichiarare: “Non è più tempo di grandi raduni e folle in deliquio, adesso ognuno si ritirerà nel suo club ad ascoltare la garage band di quartiere e sorseggiare un birra scura”. Profetico Eno, come sempre. Di lì a poco le città si riempirono di gruppuscoli che rimarcavano e difendevano un’identità ostinatamente inconciliabile con quella delle restanti tribù metropolitane. Dark, metallari, paninari, mod,byrne e eno fresconi del pop jazz, new romantic: ogni clan il suo muretto, il suo smercio di cassette con le registrazioni dei bootleg delle loro divinità new wave. Stiamo parlando di divinità sparite dalla scena dopo poche stagioni, oppure sprofondate in un culto sotterraneo che s’è perpetrato fino ai giorni nostri da fratello maggiore a minore e così via (pensiamo ai Joy Division, oggigiorno indigeribili eppure qua e là oggetto di venerazione da parte di sedicenni inquieti). Cosa resta di quella sbornia di sintetizzatori e palpiti melliflui? Qualche intuizione dei Tuxedomoon, un paio di canzoncine di Tracy Thorn o degli Style Council, pochi minuti d’un qualsiasi album dei Cure prima che ti prenda un cupio dissolvi letale, gli Smiths, e le prime apparizioni della infinitive guitar di The Edge degli U2 –chitarra, fra l’altro, anche infinitamente imitata (per esempio, dai Big Country che prendono il nome della band da una canzone dei Talking Heads così come faranno dieci anni dopo i Radiohead). Forse in Italia resteranno a baluginare nei decenni alcune cose dei Diaframma, ma già dei Litfiba indipendenti dell’etichetta IRA è arduo reggere a lungo quelle tastiere che simulano strumenti mediorientali mentre Pelù gorgheggia versi comicamente epici.

Noi paesani non s’aveva tribù e tantomeno club nei quali sfangare le serate. Noi ci si divideva nelle macrocategorie dei fighetti con le Timberland e il Moncler e le feste a base di Spandau Ballet e Duran Duran, e isolati onanisti pallidissimi, lettori di riviste specializzate e perlopiù devoti a quell’altro grande mistero della comunicazione di massa che furono i Japan e i loro derivati –roba che a riascoltarla per più di venti minuti a quarant’anni, in zona crisi esistenziale coi figli già grandini, ti spinge direttamente al gesto estremo senza che nessuno possa mai spiegarsi perché l’hai fatto (“Era solare e divertito dalla vita, s’era fatto anche un’amante”). Voglio arrivare proprio qua: che, fra gli onanisti di paese, erano in tre, al massimo quattro, che tutta la sbobba new talkingheads_littlewave mal tolleravano. Che guardavano oltreoceano, come si dice, a New York, a quel Lou Reed appena rientrato ancor (se possibile) più sconvolto dal catastrofico concerto al Parco Lambro, a Patti Smith, ai primissimi brulichii new psychedelic, metti dei Dream Syndicate. E, ovviamente, al nerd, come si direbbe oggi, al manichino dagli occhi vitrei che rispondeva al nome di David Byrne e delle sue Teste Parlanti. Avevamo ragione. Di quegli anni restano solo due o tre dischi dei Talking Heads, nella lista dei Capolavori Eterni. Era una musica indefinibile, imbottita di rimandi e suggestioni ma non somigliante ad alcun altra mai ascoltata. Un funky-punk cerebrale, che ti invita a ballare ma assolutamente non a pogare, e anzi ad assumere un atteggiamento di composta irridente estraneità rispetto al “sistema”, annichiliti da una Telecaster ipnotizzante ma soprattutto dalla voce di Byrne che sembra venire da un mondo parallelo, o da un’astronave extraterrestre. Fin dai primi due dischi (non a caso prodotti da Brian Eno), ci sentimmo catapultati in un’asfissiante (diremmo oggi simpsoniana) provincia americana della quale Wenders aveva fin lì raccontato solo le angoscianti sghembe luci e le ombre tetre con pellicole quali Alice nelle città o Paris, Texas e della quale, molto in là nel tempo, grandi romanzi come Underworld di DeLillo e le Correzioni di Franzen ci avrebbero narrato le dinamiche interpersonali che stavano saturando l’American Beauty (“Vivo in una casa bellissima, con una bellissima moglie, ma mi chiedo: miodio, come ci sono finito?”). Alternando materiali sonori spesso diversissimi fra di loro, omogeneizzandoli dentro quello straordinario e unico sound così sincopato, nevrotico, velocissimo, scoprivamo con vent’anni di anticipo di “sapere dove andiamo, ma non sapere cosa abbiamo già visto”, indovinando, nelle casette dei vicini, divertimento salute aria pulita, ma nessun residuo “senso dell’armonia” e della memoria -semmai che vi si nasconde uno Psycho Killer blaterante senza dire nulla come una macchina beckettiana, o come un personaggio di Carver ripreso da Altmann. Ma c’è una via di fuga che aleggia fin da subito nella musica dei Talking Heads e poi nella produzione solista di David Byrne. È il ritorno alla foresta, alla condizione primigenia di buon selvaggio che danza in grazia con gli elementi. I ritmi e le melodie caraibici e afro, che facevano capolino già in Remain in light, rovescio della medaglia di un mood torvo e robotico, esplodono nell’ultimo album in gruppo Naked ma, soprattutto, nella produzione da solista che porta Byrne al capolavoro Rei Momo nonché a fondare l’etichetta word music Luaka Bop. Si avverte un senso di liberazione dalla poetica angusta della middle class, ma resta un piacere tutto cerebrale, Byrne non abdica allo scherno per il West, vuol spingere la gente a “ballare e, allo stesso tempo, a piangere”, come dirà a proposito dell’opera Stop making sense. Questa mente antropologica che produce testi e musiche ansiogeni, depersonalizzati, densi di spleen anche se il ritmo è un mambo e c’è una ricca sezione di fiati a sorreggere la sua voce aliena: continuerà per tutti i Novanta a produrre dischi e opere multimediali con trovate che oggigiorno sono (ab)usatissime ma che Byrne introduce nella mid-cult con originalità (si pensi ai loop di dialoghi radiofonici ingranati in un’opera lirica, o ai primi visionari innesti trip-hop). E installazioni in giro per New York, esposizioni di bambole rappresentanti ciascuna uno stato d’animo (“Superego”), mostre di design perlopiù incentrate ossessivamente sugli oggetti bicicletta e sedia (con un’incursione nelle tazzine da caffè per la Illy). Il concerto di Locorotondo è una delle poche tappe italiane durante le quali Byrne presenterà l’ultimo disco scritto insieme al vecchio compagno d’avventure Eno, Everything that happens will happen today, sorta di opera folk-electronic-gospel. “Il risultato, scrive lo stesso Eno, in molti casi è ispirato, fiducioso e positivo, anche se alcuni testi descrivono automobili che esplodono, guerre e altre circostanze nefaste”. Scenari da fine del mondo come nel celeberrimo recente romanzo di Mc Carthy La strada, quindi, ma raccontati in una serie di operette dal gusto estremamente pop e messi in scena con l’ausilio di tre ballerini e un paio di sorprese scenografiche che non smentiscono l’eclettico folle genio di questo newyorkese del ‘52.

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mercoledì, 01 luglio 2009

Caro Dio

pianesiNo questa è troppo bella, me la manda Mauro Pianesi.

"Caro Dio,
quando nelle mie preghiere ti chiedevo di far morire quel pedofilo truccato, liftato, mentalmente disturbato e di colore indefinibile non intendevo Michael Jackson".

Ok. Vado corro sparisco. Enjoy!

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giovedì, 25 giugno 2009

Summertime

Il curatore di questo blog comunica che da qualche settimana s'è trasferito nella casa di campagna dove non ha connessione internet né telefono fisso. Egli si dedicherà al giardinaggio e alla lettura, come ogni anno -anche per dimenticare l'orrore supremo che gli provoca la vita pubblica italiana. Questo sito, dunque, rimarrà silente almeno fino a fine settembre, se non più tardi. Ci risentiamo attraverso questo mezzo quando sarà pronto in forno il nuovo romanzo Il mare perché corre, ed. peQuod. Per comunicazioni urgenti, il curatore è raggiungibile al telefono cellulare 3282028305, o tramita la posta elettronica livio.romano@alice.it o livromano@libero.it che, più o meno una volta a settimana, egli continuerà a controllare. Buona estate a tutti (ammesso che questa estate, alla fine, arrivi).

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sabato, 06 giugno 2009

Stornelli osceni, canzonette e votazioni.

stornelliIn questi infuocati, esausti, sfiancanti ultimi giorni di scuola già è un’impresa arrivare alla fine della giornata senza dare di matto (vedi qui sul burn out degli insegnanti). Da un paio di settimane poi ci s’è messo lui. Non è propriamente un bidello, un collaboratore scolastico, come si chiamano oggi. È una delle tante figure professionali che circolano per le scuole del Sud, credo un “lavoratore socialmente utile” (*) come ne vedo passare tanti e tante. Dall’apparente età di 80 anni, da giorni e giorni appena mi vede mi stringe un braccio, mi mette in un angolo e mi canta stornelli osceni. Ora io non sono propriamente un’educanda, e a volte ho trovato anche gradevoli queste rime baciate provenienti dalla saggezza popolare (mi chiedo piuttosto come mai questo popolo raccontato sempre così casto e puro e timorato abbia potuto produrre sì laide e libertine poesiole). Tuttavia se devi somministrare una verifica di fine anno a una quinta e hai appena fatto lezione in prima e ti aspettano ancora quattro classi quattro in un inferno di 38 gradi, non è propriooste sempre quel che vorresti l’esser obbligati ad ascoltare robe tipo “Per due notti ti scopai/sospiravi e godevi/poi cornuto mi facesti” (dico per dire, il tipo me ne canta tanti e tali che questo è un esempio veramente costumato). Poi mi chiede: “Ma è possibile che non la conoscevi questa? Ma dove sei vissuto?”. A volte devo far forza sul quel braccio per spostare il vecchio e guadagnare le scale antincendio per accendermi una sigaretta prima di riprendere a sbraitare –lui, credo, ancora là a canticchiare trivialità. Da qualche giorno, prima di girare gli angoli, spio l’orizzonte come i poliziotti nei telefilm. Se lo vedo in lontananza, posso anche scendere una rampa di scale e risalire da un’altra per evitare di incontrarlo.

 

*: Una persona la quale, dopo la mobilità, è stata impiegata negli enti pubblici a fare, appunto, qualcosa di utile. Poi c’è la schiera delle assistenti dei bambini in situazione di handicap mandate dalla ASL, spesso precarie: tre mesi e via, neppure il tempo di affezionarsi al caso affidatogli o che il caso stesso si affezioni a loro.

 

 


 

arisa-rosalba-pippaÈ inutile cincischiare: il nostro immaginario verbale e iconico è massicciamente influenzato dalle canzonette. Tipo io son cresciuto con carmi dell’intensità di “Liù si stendeva su di noi e ci dava un po’ di sé/ senza chiederci il perché” oppure “Piccola foglia che fai/ti lasci abbandonare”. Solo verso i 14 sono approdato ai cantautori e poi al rock’n’roll. Dunque sarei l’ultimo bipede al mondo in diritto di pontificare sull’immaginario che la canzone Sincerità di tal Arisa sta contribuendo a plasmare nelle menti dei bambini d’oggidì, comprese le mie figlie che ascoltano di continuo quest’agghiacciante pezzo nonché lo cantano nel coro di fine anno.

Vi si dice, fra l'altro:

“Un elemento imprescindibile

per una relazione stabile

Che punti all’eternità

Adesso è un rapporto davvero

Ma siamo partiti da zero

All’inizio era poca ragione

Nel vortice della passione

 

Ok, io ascoltavo i Cugini di campagna e i Teppisti dei sogni, ma almeno loro si sforzavano di elaborare una qualche immagine poetica. Cos’ha di lirico in questo linguaggio? È una terminologia da consultorio familiare con quel congiuntivo "che punti" e quel vortice. Il vortice? De che? Ovviamente “della passione”! E un elemento, mygod, IMPRESCINDIBILE??? Ma così parlano gli assistenti sociali diplomati al Professionale Femminile (con tutto il rispetto)! E poi, la parola “relazione”, che già è grottesca (da consultorio, appunto, parola asettica, descrittiva, priva di suggestione), ma perfino “stabile”: qui siamo nella lettera al giornale nella rubrica Cuori infranti di un "60enne confuso". Relazione stabile. Dopo un po' lo chiama “rapporto”. Ancora una strofa e l'avrebbe chiamata “prestazione a titolo gratuito di atteggiamento comprensivo e amorevole”. Son talmente preoccupato per la sanità mentale delle mie figlie che da un po’ di giorni leggo ad alta voce passi di Omero oppure canto a squarciagola canzoni di Piero Ciampi.

  


 

sinistra-e-liberta-logo-300x300Comunque da domani si vota. Per quanto Franceschini negli ultimi mesi abbia fatto salire la mia stima nel PD di parecchie tacche, alle provinciali voterò senz’altro il neonato movimento per la sinistra, assegnando la preferenza a Claudia Raho, già socialista, donna coltissima e libera tanto che si autodefinisce “anarchica”.

 


 

Alle europee, crocerò il cartello con la falce e il martello poiché colà si colloca il movimento dell’ottimo Cesare Salvi Socialismo 2000, e assegnerò dunque la preferenza a Daniele Valletta, candidato per il Sud.

 

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categorie: stornelli, lsu , arisa, cesare salvi, socialismo 2000, claudia raho
venerdì, 22 maggio 2009

Copiate e diffondete!!!

Manifesto per il controvertice sull'economia del G8 di Lecce 12-13 giugno 2009

http://www.nog8lecce.org

Nel 2001 il G8 si riunì a Genova. Furono giorni di violenta sospensione dei diritti civili che ancora pesano nella coscienza collettiva, insieme al ricordo e al dolore per la morte di Carlo Giuliani.
Furono anche giorni in cui i “grandi della terra” snocciolarono il nuovo credo della globalizzazione liberista come fosse una nuova religione universale. A detta loro, il mondo sembrava avviato verso una marcia trionfale economica e politica: il nuovo capitalismo transnazionale avrebbe garantito profitti a tutti coloro che avessero voluto arricchirsi, grazie alle opportunità della mondializzazione. Le ricette che venivano proposte accoglievano l'invito a delocalizzare le produzioni là dove i lavoratori venivano pagati con salari da fame, menomando i diritti maturati in Occidente attraverso una politica di precarizzazione selvaggia del lavoro (loro la chiamavano “flessibilità”). Una nuova corsa al profitto veniva proposta ai possessori di capitali, sventrando Welfare e diritti maturati in anni di lotte e mobilitazioni di popolo. Una nuova panacea sembrava a disposizione del capitale globale: investire i surplus nella finanza, realizzando denaro dal denaro, dando vita ad una “architettura finanziaria globale” che avrebbe consentito di  armonizzare ogni situazione di difficoltà da parte di governi consapevolmente complici dell'inasprirsi delle disuguaglianze sociali. Oggi,  mentre i potenti della terra 
si apprestano a riunirsi a Lecce per un vertice mondiale sull'economia, è tempo di bilanci. Rispetto alle promesse del G8 di Genova, siamo di fronte ad uno scenario capovolto. Il bilancio è impietoso e la parola che risuona in tutte le zone del pianeta è una soltanto: crisi. Non una crisi di passaggio: tutti gli addetti ai lavori concordano, si tratta della crisi più grave degli ultimi 80 anni. La situazione è sotto gli occhi di tutti: milioni di lavoratori disoccupati, aziende sul lastrico o in ristrutturazione selvaggia, crescita esponenziale del debito pubblico e diminuzioni del Pil, classe media impoverita ovunque.  Non è un caso che questo processo abbia preso le mosse dalla guerra , considerata dai Paesi guida del G8 la miglior risposta all'attacco terroristico dell'11 settembre 2001. In particolare la feroce guerra in Iraq ha assorbito una impressionante quantità di denaro, il cui finanziamento è stato reso possibile dalla vendita di buoni del tesoro statunitensi sul mercato internazionale contando su una forte diminuzione dei tassi d'interesse, collegando a questa politica il via libera a prodotti finanziari sofisticati che impegnavano il consumatore a spendere un denaro inesistente, con margini di rischio nascosti da analisi di rating manipolate.
I profitti della globalizzazione hanno incrementato il divario tra Nord e Sud del pianeta, consentito speculazioni formidabili sull'ambiente e sui beni primari (a cominciare dall'acqua), imposto politiche di privatizzazione generalizzata. I profitti della globalizzazione non hanno placato la fame  e la sete nel mondo. Al contrario: ogni giorno la tragedia della sopravvivenza conquista nuovo spazio nel pianeta. La sperequazione colpisce l'organizzazione sociale: aumenta ovunque la disuguaglianza, la ricchezza è concentrata nelle mani di un pugno di uomini, mentre milioni e milioni si chiedono se domani potranno contare su un salario.
La globalizzazione neo-liberista è fallita.
E' bastato un decennio per passare dall'entusiasmo ideologico al disastro economico-finanziario, dal trionfo del capitalismo post-guerra fredda alla recessione.
Che cosa possono dire al mondo di nuovo e importante un nugolo di ministri economici e di banchieri che, in non pochi casi, hanno avuto un ruolo di primaria importanza per sospingere la situazione fine alla sua attuale condizione di crisi globale? Non è un G8 già svuotato, e neppure un G20, che possono arrogarsi il ruolo del governo mondiale dell’economia.
Noi, ricordando le tante dichiarazioni, gli appelli, i manifesti prodotti dal movimento da Seattle ad oggi, ribadiamo che la rotta dell'economia mondiale va cambiata. Le nostre preoccupazioni e le nostre dure critiche alla retorica e alla pratica della globalizzazione si sono dimostrate del tutto giustificate e fondate. Assistiamo al dibattersi dei governi in una spirale di provvedimenti di emergenza che rivelano liquidità inimmaginabili, laddove per un decennio si era detto che non esistevano materialmente le risorse per intervenire sui tanti fronti delle tragedie umanitarie e per sanare con la dovuta forza il degrado dell'ambiente, violentato da decenni di produzioni di massa avvelenate. Liquidità utilizzata per salvataggi governativi che vengono operati verso le grandi banche, le stesse che hanno inventato una miriade di prodotti finanziari derivati a danno dei consumatori. Niente sembra indicare un ridimensionamento delle industrie delle armi, voragini di denaro che alimentano insanabili divisioni tra i popoli del pianeta. Nessun piano significativo, al passo con la gravità della situazione, sembra venire dai grandi vertici mondiali. Il G20 di Londra non a caso è stato deludente e non ha portato a nessuna conclusione degna di nota.
Il vertice politico-economico del G8 si terrà in Italia, dove il Mezzogiorno si impoverisce, mentre il governo inventa diversivi mediatici per coprire l'assenza di programma economico, mentre si tagliano indispensabili risorse in tutti i settori strategici del Welfare, abbassando la qualità della vita e pregiudicando il futuro delle giovani generazioni.  Questa sostanziale incapacità di governare la crisi è peraltro accompagnata dalla promessa di opere faraoniche di dubbia utilità collettiva e di certa distruttività ambientale, indici di un titanismo di cartapesta che sembra mal comprendere la gravità e la profondità della crisi.  
Noi, ricordando che a Genova avevamo affermato che un altro mondo è possibile, troviamo improprio che le grandi potenze economiche della terra discutano tra di loro a porte chiuse, arroccate in una arrogante posizione di isolamento proprio mentre tutte le scommesse da esse giocate sulla pelle dei più deboli sono state perse. 
Nei giorni del vertice di Lecce noi saremo nelle piazze e nelle strade per discutere della crisi globale, per dare la voce a esperienze di riflessione critica e a quelle realtà che, con  progetti innovativi, stanno sperimentando  modelli economici e sociali diversi e alternativi a quelli, disastrosi, delle politiche economiche delle grandi potenze.
Saremo a Lecce per riflettere e contestare, convinti che la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche sia un diritto fondamentale che va esercitato sempre. Tanto più oggi, dentro una crisi che morde la vita di ognuno e che colpisce maggiormente le fasce più deboli.   
Oggi un altro mondo non solo è possibile, ma è necessario. Oggi vanno ascoltate le ragioni di quanti, puntando sulla creazione ed estensione di reti di comunicazione partecipate, chiedono un mutamento radicale delle politiche economiche mondiali. Facciamo appello alla società civile, ai movimenti, alle associazioni, ai sindacati e a quanti concordino con questo manifesto per dare vita a un percorso di iniziative che culmini il 12 giugno in un convegno sulla crisi globale e le alternative economiche e il 13 giugno in una manifestazione nazionale a Lecce.

Coordinamento NoG8Lecce

adesioni qui

postato da: livioromano alle ore 20:03 | link | commenti (6)
categorie: economia, lecce, no global, no g8
giovedì, 21 maggio 2009

I Volatori hanno quattro anni

Il mio amico fraterno e books-pusher Angelo Lezzi, in una delle mail in cui pubblicizza un evento nella sua libreria I Volatori, scrive anche questa notarella che io trovo molto bella e condivisibile e che egli mi ha autorizzato a pubblicare, con mia grande gioia:

lezziIn questi giorni ricorre il quarto "anniversario" della nascita della libreria I volatori. In quattro anni la libreria ha organizzato qualche centinaio di piccoli eventi: eventi musicali, letterari, corsi di scrittura creativa, reading di poesia ed altro, corsi d'inglese per bambini. Ha anche messo a disposizione i locali a chiunque facesse richiesta per dibattiti, riunioni di associazioni e tanto altro. Ovviamente tutto questo ha fatto molto piacere a chi pensa che la cultura con la c maiuscola o con la c minuscola sia indispensabile per la crescita di una piccola città e a chi crede che la cultura può anche nascere dagli atomi. SI tratta, in realtà e purtroppo, di una sparutissima minoranza di persone che non hanno fini politici (se non quelli nobili e originari, insiti nella parola politica, che vuol dire cura della propria comunità) e che hanno proprio in questa libertà la loro forza e la loro debolezza: la loro forza essendo la impossibiltà di essere addomesticati, la loro debolezza risiedendo, invece, nella costante, scientifica, monomaniaca messa al bando praticata dagli scriba cittadini. Anche loro una piccola minoranza, ma con una potenza di fuoco devastante. Gli scriba cittadini hanno loro santuari, dove si decide anche della vita e della morte civile di una persona o di un gruppo, hanno teste di ponti su ogni fiume, piazzano ambasciatori e consoli ovunque; sono trasversali politicamente, "ubiqui ai casi, onnipresenti sugli affari tenebrosi", si riproduhomer-cakecono incestuosamente (famiglia uguale casta). Sono, per forza di cose, autoreferenziali: tutto ad essi va ricondotto). Si considerano una specie protetta: cercano di proteggere i propri figli dagli olezzi del volgo sin da quando li mandano a scuola, dove fanno il diavolo a quattro per fare in modo che capitino nelle classi più profumate. Ora "comandano" loro: e quando si comanda si fa anche la guerra. A chi la pensa diversamente, a chi non appartiene alla casta, a chi si tiene fuori dai santuari perchè crede nella libertà, nello scambio libero delle idee, a chi crede che la cultura può nascere anche per sporulazione.
Vi ho fatto un pippone, direte.

E' che prima non ci credevo. Ma da quando ho aperto la libreria e ho cominciato a fare cultura sul campo di battaglia ho capito che è vero che funziona così. Eppure me l'avevano detto: "Guarda che ti faranno la guerra, tempo un anno e chiuderai". Ne sono passati quattro di anni. Io sono più vecchio ed anche un po' stanco di quattro anni fa. Ma sto qui.

grazie.
angelo lezzi

postato da: livioromano alle ore 21:45 | link | commenti (8)
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domenica, 17 maggio 2009

Odio.

La sicurezza dell’odio

di giuliomozzi

Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto ivoriano che viaggia seduto su questo treno, difronte a me. Io vado a Milano a fare il mio lavoro, lui va a Brescia a cercarne uno. Ha un amico che lavora in un cantiere, gli ha detto che forse.

Io non ho voglia di farmi odiare dalla giovane coppia cinese che gestisce il bar dove vado spesso, quando ritorno da Milano che è quasi mezzanotte, a mangiare e bere qualcosa.

Io non ho voglia di farmi odiare dalle signore slave, tutte sui cinquanta e ben piantate, che viaggiano insieme a me, d’inverno prima dell’alba e d’estate nell’alba già afosa, nella prima corsa dell’autobus numero tre: io scenderò in stazione per prendere il mio treno, loro cambieranno autobus, saliranno sul sette o sul diciotto, proseguiranno per la zona industriale.

Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto pakistano che tante sere, quando arrivo tardi alla pensione dove mi appoggio se mi fermo a Milano, trovo addormentato, appoggiato sul banco della reception, la testa appoggiata sulle braccia incrociate: di notte fa il portiere di notte, di giorno fa il cameriere in una pizzeria.

Io non ho voglia di farmi odiare dalla ragazza croata che è fidanzata con un mio amico triestino, e che avendo tirato troppo in lungo l’università – non per pigrizia, ma perché studia e lavora, e il lavoro stanca – ha dovuto rientrare in Croazia, e amen. È inutile che faccia le carte per un nuovo permesso di soggiorno, le hanno detto, tanto tra un paio d’anni anche la Croazia diventerà Europa, e tanto vale.

Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto africano che qualche sabato fa, a Padova in Piazza delle Erbe, impacchettato in un completo nero con camicia panna, attraverso un microfono sfrigolante e amplificatori esausti spiegava a un pubblico radissimo e trincante – era l’ora dello spritz – che la crisi colpisce prima di tutto i lavoratori extracomunitari, che loro sono i primi a essere licenziati, e che dopo tre mesi di disoccupazione c’è poco fa fare, o vai via e ricominci da capo, o diventi clandestino.

Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto keniota che per qualche mese ha stazionato fuori dal supermercato del mio quartiere e ha campato con l’euro o i cinquanta centesimi delle signore anziane alle quali spingeva il carrello, porta le borse, carica l’automobile: qualche settimana fa mi ha detto: «Basta questo. Adesso fabbrica, da lunedì», e mi ha mostrato il suo primo permesso di soggiorno.

Roma. Ponte di Ferro dell'Industria.

Roma. Ponte di Ferro dell'Industria.

Non so se i nostri governanti se ne rendono conto, ma la meravigliosa legge sulla sicurezza che stanno cucinando in Parlamento avrà tanti effetti, e uno sarà questo: tutti questi giovanotti e giovanotte avranno un ottimo motivo per odiarmi; per odiare me, per e odiare tutti gli altri: anche lei, signora, anche lei, signore, che state leggendo questo articolo. Certo: i giovanotti e giovanotte dei quali ho accennate le storie sono per lo più ormai a posto con le carte. Ma molti di loro hanno attraversato – non solo inizialmente – periodi più o meno lunghi di vita da clandestino: mendicando, lavorando in nero, campando in qualche modo; e sanno che potrà capitare di nuovo: basta perdere il lavoro.

Ci sono persone che partono da luoghi lontanissimi e affrontano viaggi tremendi per arrivare qui in Italia, e magari attraverso l’Italia arrivare altrove: perché a casa loro, semplicemente, si muore di fame, o si combatte una guerra assurda. Queste sono le persone che noi – noi: li abbiamo ben eletti, questi governanti – rispediamo indietro nei loro barconi che fanno acqua; le persone alle quali abbiamo già negato per legge una quantità di diritti, diritti che ciascuna persona ha al di là di qualsiasi legge perché è una persona e non una cosa, e alle quali ora ci apprestiamo a negarne altri ancora.

Pensate solo – signore, signora che leggete – quanto ci odieranno le mamme che non riusciranno a tenersi i figli; pensate quanto ci odieranno tra dieci, quindici, venti anni, quando avranno capacità di capire, i figli tolti alle madri subito dopo il parto e resi istantaneamente adottabili. Questa legge che si sta cucinando in Parlamento è ben pensata: non ci fa odiare solo oggi, addirittura programma un calendario dell’odio per i prossimi dieci, quindici, venti anni.

Signora, signore che leggete. Io non vi chiedo di voler bene a queste persone che arrivano qui fuggendo dalla fame e dalla guerra. Non vi chiedo di avere compassione per loro. Non vi chiedo di interrogarvi su quale politica dell’immigrazione sia opportuna per l’Italia. Non vi chiedo di domandarvi se sia buono o cattivo per l’Italia, un futuro «multietnico» (come se non lo fosse già il presente).

Vi chiedo, semplicemente, di domandarvi se una legge che programma una tale produzione di odio contro di noi sia, effettivamente, una legge per la nostra sicurezza.

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martedì, 12 maggio 2009

Se foste

Pochi, pochissimi Spessotti: inutile insistere. Beati voi. Mi è arrivato questo pezzo che mi sembra drammaticamente bello.ballen

Se voi foste persone normali.
Se foste un rom, quella di Salvini non vi apparirebbe come la sortita delirante di un imbecille da ridicolizzare.
Se foste un musulmano, o un africano, o comunque un uomo dalla pelle scura, il pacchetto sicurezza non lo prendereste solo come l'ennesima sortita di un governo populista e conservatore, eccessiva ma tutto sommato veniale.
Se foste un lavoratore che guadagna il pane per sé e per i suoi figli su un'impalcatura, l'annacquamento delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro non lo dimentichereste il giorno dopo per occuparvi di altro.
Se foste migrante, il rinvio verso la condanna a morte, la fame o la schiavitu, non provocherebbe solo il sussulto di un'indignazione passeggera.
Se foste ebreo sul serio, un politico xenofobo, razzista e malvagio fino alla ferocia non vi sembrerebbe qualcuno da lusingare solo perché si dichiara amico di Israele.
Se foste un politico che ritiene il proprio impegno un servizio ai cittadini, fareste un'opposizione senza quartiere ad un governo autoritario, xenofobo, razzista, vigliacco e malvagio. 
Se foste un uomo di sinistra, di qualsiasi sinistra, non vi balocchereste con questioni di lana caprina od orgogli identitari di natura narcisistica e vi dedichereste anima e corpo a combattere le ingiustizie.
Se foste veri cristiani, rifiutereste di vedere rappresentati i valori della famiglia da notori puttanieri pluridivorziati ingozzati e corrotti dalla peggior ipocrisia. 
Se foste italiani decenti, rifiutereste di vedere il vostro bel paese avvitarsi intorno al priapismo mentale impotente di un omino ridicolo gasato da un ego ipertrofico.
Se foste padri, madri, nonne e nonni che hanno cura per la vita dei loro figli e nipoti, non vendereste il loro futuro in cambio dei trenta denari di promesse virtuali.
Se foste esseri umani degni di questo nome, avreste vergogna di tutto questo schifo.

Moni Ovadia

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domenica, 10 maggio 2009

Petizione

caposselaIl mio amore per Capossela è recente. Comincia con quella gemma che è Ovunque proteggi, disco così bello che mi fece ricredere sul conto di un autore che, prima d'allora, praticamente non sopportavo.

Ora io lancio qui una petizione. Chiunque si senta della banda di Spessotto, firma nei commenti (sono accettati anche i nick). Chiunque si ritrovi nelle parole di questa canzone. Non intendo un generico sentirsi "diversi". Dico proprio la sensazione di esser nati già con la palla dentro il canotto. (P.s.: Capossela è del '65, praticamente un mio coetaneo. Ci fossimo incontrati alle elementari -io col mio grembiule sbrindellato, i capelli per aria, la pagella -pessima- del catechismo che mi volò via appena fuori dalla parrocchia: saremmo diventati di sicuro grandi amici).

Siamo dalla parte di Spessotto, da appena nati dalla parte di sotto,
senza colletto, senza la scrima, senza il riguardo delle bambine
.
Dalla parte di Spessotto il tè di ieri riscaldato alle otto,
i compiti fatti in cucina nella luce bassa della sera prima.
Dalla parte di Spessotto con la palla dentro il canotto,
col doppiofondo nella giacchetta, col grembiule senza il fiocco.
Timorati del domani, timorati dello sbocco,
siamo dalla parte di Spessotto.
Siamo la stirpe di Zoquastro, i perenni votati all'impiastro,
sulla stufa asciuga l'inchiostro dei fogli caduti nel fosso salmastro.
Dalla parte della colletta, dell'acqua riusata nella vascetta,
il telefono col lucchetto e per natale niente bicicletta.
Dalla parte di Spessotto e se non funziona vuol dire che è rotto,
dalla parte del porcavacca e se nn lo capisci allora lo spacchi.

L'oscurità come un gendarme già mi afferra l'anima,
attardàti qui in mezzo alla via,
non siamo per Davide, siamo per Golia.

Non per Davide e la sua scriva,
non per i primi anche alla dottrina,
con il tarlo dentro all'orecchio
la flanellusi che ci mangia il letto,
con i peccati da regolare le penitenze da sistemare,
sei anni e sei già perduto
e quando t'interrogano rimani muto, muto.
Dalla parte di spessotto,
che non la dicono non chiara che non la dico non vera
che non la dico non sincera, tieniti i guai nei salvadanai,
se resti zitto mai mentirai.
Adamo nobile, Carmine equivoco,
Rocco Crocco e la banda Spessotto,
imboscati in fondo alla stiva,
negli ultimi banchi della fila,
abbagliati dalla balena, nella pancia della falena,
clandestini sopra alla schiena,
gettati al mare delle anime in pena,
evasi dal compito, evasi dall'ordine,
imbrandati sotto a un trastino,
a giocarcela a nascondino di soppiatto allo sguardo divino.

E il paradiso nostro è questo qua,
fuori dalla grazia, fuori dal giardino.
Va la notte che verrà non siamo più figli del ciel,
figli del ciel, figli del cielo,
ma di quei farabutti di Adamo e di Eva.

L'oscurità come un gendarme già mi afferra l'anima,
ha tardato qui in mezzo alla via, già mi prende e mi porta

Dalla parte di Spessotto, dalla parte finita di sotto,
ma siamo tutti finiti per terra, tutti a reggerci le budella,
gli ubriachi, brutti dannati, ma pure i sobri, belli fortunati.
E quando verrà il giorno che avrò il giudizio,
dirò da che parte è intricato il mio vizio,
per che pena pagherò il dazio, in che risma sono dall'inizio.

Da che giorno ho levato il mio canto
da che pietra dato fuoco al pianto
perchè cielo ho sparso il mio botto
non da Davide solo da Spessotto..

E il paradiso nostro è questo quà fino alla notte che verrà
non siamo più figli del ciel, figli del cielo non da Davide
solo da Spessotto!

 

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categorie: capossela, spessotto
lunedì, 04 maggio 2009

Porto di mare, again and again

portologo_france3Il libretto di docu-fiction del lontano 2002 del quale sono così orgoglioso continua a camminare. Oggi, con la complicità del vecchio buon Winspeare, ho trascorso il pomeriggio a rispondere alle domande della simpatica troupe di Thalassa, storico programma di TV France3, nonché a scarrozzarli per bellezze e obbrobri di questa penisoletta protesa sul Mediterraneo (ormai mi sono arreso: quando mi cercano per Porto di mare, devo indossare i panni del paladino dell'ambiente, quando mi cercano per Mistandivò devo fare l'avanguardista-sperimentatore-eterno-vitellone, per finire con la posa da conoscitore della coppia moderna se giornalisti e organizzatori di eventi voglion disquisire di Niente da ridere).

Molto divertente, non fosse che da un lato io non parlo una parola di francese, e loro, i grand reporter, neanche una non dico di italiano, ma neppure di inglese. Fortuna che la frizzante Carolina, ispettrice di produzione romana che sembra giusto uscita da questo articolo, ha fatto i salti mortali per tradurre in tempo reale i discorsi che facevamo prima delle riprese, nonché, dopo gli stop, il fiume di parole che emanavo durante le stesse.

Inutile ribadire che gli stranieri son sbigottiti dalla nostra inerzia di fronte allo scempio della vita pubblica italiana: l'abbiamo detto tantissime volte, no?

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categorie: edoardo winspeare, porto di mare, france 3
domenica, 03 maggio 2009

Forty years old

Questo pezzo è uscito sul numero di febbraio della rivista A Levante nonché, in forma ridotta, sul periodico di cultura enologica Alceo (curato dall'ottimo Omar Di Monopoli).


SuperStock_456-1547~Stress-Reducer-PostersProfessore: Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi! Vada in America, se ha le possibilità. Ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere;

un posto bello e inutile, destinato a morire.

Studente: Cioè secondo lei tra un poco ci sarà un’apocalisse?

Professore: E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire. Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via.

Studente: E allora professore perché rimane?

Professore: Come perché? Mio caro, Io sono uno dei dinosauri da distruggere!

(La meglio Gioventù - M. Tullio Giordana, 2003)

 

Tempo fa mi ha colpito la riflessione di una mamma intorno alla cinquantina. Al cospetto del fenomeno che vedeva allontanarsi uno dopo l’altro i figli, verso gli studi universitari e, poi, verso il lavoro: lei chiosava che tocca adattarsi a questa “cosa innaturale, ché la naturalità sarebbe di tenerseli vicinissimi”. Personalmente non ho dubbi che verrà un’epoca in cui io stesso bramerò segretamente che le mie, di figlie, restino a vivere nel raggio di cinque chilometri da me, e però quell’affermazione fatta di sguincio ha fatto lavorare i miei pensieri. Che cosa è davvero naturale, alla fine? Intestardirsi masochisticamente a vivere in un posto senza alcuna prospettiva esistenziale e professionale oppure andare a cercare la propria strada lì dove le condizioni ambientali permettono la realizzazione delle proprie aspirazioni? Io dieci anni fa ho scritto un libro che ha avuto molta fortuna perché rappresentava il manifesto di una generazione, la mia, la quale, dopo diverse e non sempre gloriose peregrinazioni in giro per l’Italia, invariabilmente sentiva il richiamo della foresta eForty tornava a vivere al sud. Mi è capitato recentemente di intrattenere un’intensa frequentazione con centinaia e centinaia di ragazzi italiani che, come tutti, hanno un “profilo” su Facebook. Tralascio i motivi per cui ho deciso di abbandonare quel mezzo sorprendente (di “suicidarmi”, come si dice in quella porzione di mondo). Già la galassia dei blog mi aveva offerto più di uno spunto su cui meditare. Ma è in Facebook che tocchi con mano la sacrosanta verità: i ragazzi fra i venticinque e i trentadue o trentatré anni, oggi, quel quesito dilaniante che ha afflitto i miei coetanei –se tornare o meno- non se lo son proprio mai posto. Forse molti di noi che son tornati hanno acciuffato al volo davvero l’ultimo treno disponibile per immaginare di progettare una vita dignitosa anche nella profonda provincia del meridione italiano. Noi cresciuti negli anni Ottanta, del resto, siamo uomini e donne dalle idee piuttosto confuse. Con uno Spirito del Tempo che prescriveva unicamente studi economici e carriere nella finanza, con la mitografia yuppie della Saab e della giacca e cravatta, con i professori che facevano a gara a considerare i pochi i quali s’azzardavano a proporsi per studi umanistici come dei candidati all’utenza del CIM: partimmo in massa alla conquista della Borsa e tornammo altrettanto sgangheratamente con lavori quali cameraman, autista di cisterna di bitume, scultore della pietra leccese, marinaio, gestore di videoteca. Pochi altri si sono affrettati a entrare nella pubblica amministrazione e chi è rimasto fuori peggio per lui, quel che è stato è stato, dopo quei due o tre anni: porte chiuse per tutti. Ebbene, questo dilemma per chi è nato nel 1980 non esiste proprio. Magari hanno studiato al sud. Nessuno di loro ha vissuto come catastroficamente indifferibile lo spostarsi in una grande città del nord. Eravamo noi, quelli che volevano andare a provare la vita spericolata –in un’epoca in cui anzitutto il Salento non esisteva come categoria dello spirito, e se pure si prendeva in considerazione un’indefinita “provincia di Lecce”: i locali disponibili erano il Tam Tam di Tricase, l’Arci, il Burghy e un orrendo “videopub” nel capoluogo. Loro no. Loro hanno avuto sottomano ogni intrattenimento e possibilità di consumo culturale immaginabile. Soprattutto: loro son cresciuti non guardando al Mondo attraverso le pagine dei grandi giornali e i filtri degli opinion leaders. Per loro il mondo è stato da subito a portata di click, subito dietro lo schermo di internet, subito dietro il gate di un volo low cost della durata di un’ora. Loro, prendono lo zaino e se ne vanno. Sei mesi a Utrecht, un anno a Milano, tre mesi a Barcellona, un altro anno a Glasgow. Si spostano dentro l’Europa come noi ci spostavamo fra le città del Nord Italia. Un paio d’anni fa, in un locale di Londra, sembrava di stare a Bologna nel 1988. Nelle osterie della Vecchia Signora potevi ascoltare tutti gli accenti italiani disponibili. Al Mama Jo Jo si parlava inglese ma un ventenne era cipriota, un altro ateniese, un altro siciliano, e irlandesi portoghesi turchi francesi. Cittadini di un’unica grande nazione che è ormai l’Europa. Vai nei loro blog e scopri che solo due mesi prima guardavano il Tamigi dalla finestra della City e spostavano miliardi da un paese arabo all’India. Ora si son trasferiti nelle Fiandre dove collaborano a un progetto di cooperazione internazionale –neppure sospettando quella che noi definiremmo una “contraddizione stress2ideologica” presente dentro questo cambio di prospettiva. Dal canto mio, fanno benissimo. Non mostrano alcuna nostalgia per la terra fiorita e non sono sfiorati dalle lagne sulle radici e sul sole. Comprano biciclette usate e galoche e scorrazzano per il Belgio con la pioggia torrenziale che li innaffia mentre la mamma, a casa, non ti farebbe uscire con un po’ di acquerugiola se non munito di Lancia Y climatizzata. Hanno imparato dai loro coetanei esteri che leggere è un piacere –mentre nel loro  Paese natale ci si continua ad alienare con il calcio i reality show i varietà. E continuano a studiare tanto e volentieri, se glielo si lascia fare. Invece di mettersi in fila dagli orrendi baronetti locali che stipulano “joint-ventures” a nome dell’Università con i mini-Berlusconi che abbiamo: loro, i venti-trentenni, semplicemente fanno una domanda on line e dopo una settimana vengono accolti a Parigi a fare un dottorato. Cos’altro potrebbero fare? Scotennarsi l’anima dietro allo sciocchezzaio provinciale, dietro ai dibattiti infiniti Pellegrino Alla Provincia I Pro E I Contro? O dietro a quelli, per certi versi più atroci, della politicuzza italiana, le riformette di Tremonti, le battutacce di Berlusconi, la malinconia di Veltroni che continua a sorridere sghembo mentre la nave affonda? Dovrebbero continuare a vivere con i genitori e aspettare il concorso alla Regione con quindicimila partecipanti? Abbiamo tutto da imparare, noi, da questi ragazzi. Da Raffaele che fa il veterinario ad Amsterdam e legge Tolstoj e da Massimiliano che studia glottologia a Tokyo e sta per trasferirsi nell’Arkansas. Da Anna che sta nell’ufficio stampa della Procter & Gamble di Copenhagen e da Annalisa che ha aperto una bottega di pupazzi di stoffa a Islington, Londra. L’uomo ha sempre migrato. Quando la cultura cui appartiene comincia a declinare, o semplicemente quando non c’è più una lira oppure si possiede la lucidità di vivere come “innaturale” la convivenza con i genitori che ti passano la paghetta dopo i venticinque anni: l’uomo e, grazie al Cielo, la donna vanno via. Partitevene ragazzi, finché siete in tempo. Noi continueremo a sorbirci le notti della taranta e le focare e le menate “identitarie” ma sappiamo già che non è il caso che neppure ve ne informiamo, tramite Skype o le meraviglie tecnologiche che verranno. Voi alzereste le spalle, ci indirizzereste un sorriso di circostanza, poi vi avviereste disinvolti a mangiare le quaglie dall’amico pakistano all’angolo fra rue Borsbeek e Hemiksem avenue a Bruxelles.

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mercoledì, 29 aprile 2009

Suicide generation

0000-1278~Manifesto-per-sigarette-Lucky-Strike-PostersEcco, sono andato a ripescare un libro letto tantissimo tempo fa perché mi ricordavo di questo editore John Wolf e di quello che di lui scrive Irving nelle ultime pagine del romanzo (nonché di quella trovata del tubo di platica in clinica che è l'ennesimo colpo di scena comicissimo di una storia scatenata).

Perché ho l'impressione che quelli della mia generazione siano un po' tutti attraversati da profonda inquietudine e cupo pessimismo ancorché donne e uomini che definiresti coscienziosi ed eleganti. Mal de vivre che "tramortiamo" (anche) fumando come dannati. Non quelli tre-quattro anni più giovani né quelli tre-quattro anni più vecchi. Esattamente noi nati fra il 1966 e il 1970. Siamo gli unici al mondo a continuare a fumare senza la benché minima intenzione di smettere. Giorni fa ho notato a una cena che si fumava in 18 su 18. I ragazzi di 30 anni non fumano. I 50enni hanno smesso da tempo immemore. Noi si continua impenitenti e goduriosi. Qualcosa significherà.

[Conosco anche intere comitive di amici quarantenni che non fumano né lo hanno mai fatto, e noto quest'altra cosa: che hanno un che di diverso nel grugno e nello scintillio delle pupille, un'assenza di autolesionismo che li ha accompagnati fin dalla culla e che ha impedito loro di fare le moltissime sciocchezze che quelli quanto me hanno un po' tutti fatto, e anzi di realizzare un mucchio di trionfi].

"John Wolf morì di cancro ai polmoni a New York, in età ancora relativamente giovane. Era stato un uomo accorto, coscienzioso, attento e anche elegante –per buona parte della sua vita- ma la sua profonda inquietudine e il suo cupo pessimismo potevano venir tramortiti e travestiti solo fumando tre pacchetti di sigarette senza filtro al giorno, fin da quando egli aveva diciotto anni. Come molti uomini che lavorano sodo e conversano con aria pacata e padronanza di sé, John Wolf fumava tanto da ammazzarsi. […] Wolf era ricoverato in una clinica privata di New York e, talvolta, fumava una sigaretta attraverso il tubo di platica che gli avevano inserito in gola".

irving583Da Il mondo secondo Garp, di John Irving, 1978

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categorie: sigarette, john irving
lunedì, 27 aprile 2009

Scarpe, Avvocati, pianiste sublimi e manager (senza le sigarette).

·         Il Signor G. durante un convegno disse, una volta, con la sua faccia furba e il ghigno sardonico: “Questo progetto disegnato da un geometra della Marina”. Mentre diceva geometra, le labbra gli si storcevano. Pareva che quella parola proprio non volesse venir fuori eppure il Signor G. era costretto a sputarla. Geometra. Tutto il suo io esprimeva il profondissimo disgusto, lo stigma, la ripugnanza nei confronti non tanto e non solo per quel geometra, bensì per la categoria dei travet diplomati che affollano il Pubblico Impiego. Io mi immaginai ‘sto povero cristo di marinaio cui era stato chiesto di disegnare una palazzina a picco sul mare. In particolare, credetti di vederlo –cinquantenne o poco più- sulla corriera che lo riportava a casa. Egli andava su e giù da ventidue anni. La moglie casalinga, i suoi figli erano cresciuti in fretta. Uno s’era arruolato nella stessa Marina –Sommergibili. L’altro, s’era laureato in Legge e vagava per gli studi cittadini provando a carpire i segreti dei Grandi Maestri Giureconsulti (segreti che al giovane avvocato parevano appartenere alla Razza Altera come infusi per decreto divino, trasmessi per via ereditaria, lo si capiva da come procedevano nelle aule dei Tribunali tanto i vecchi quanto i giovani, così sicuri di sé e sprezzanti della Gleba). Ma nonostante l’andatura un po’ adunca, quel giovane legale era l’orgoglio del geometra della Marina disegnatore di palazzine, io credetti di vedere.

L’altro giorno il Signor G. –il qual pure talvolta declama arguzie quali “Onoriamo i morti che son morti dalla parte giusta. Gli altri li rispettiamo, ma non li onoriamo”, scatenando i plausi del corteo partigiano- ebbene l’altro giorno il signor G. ha storto nuovamente le labbra, stavolta più schifato del solito. I voltagabbana, ha detto, i trasformisti cambiabandiera non lo fanno indignare. Semmai è una questione di estetica. Una cosa brutta da vedere, ma nessuna indignazione. Eppure non il parlar del voltagabbana lo schifava, dal momento che discettar di lui evidentemente lo divertiva, non gli faceva venire la bocca storta. Il raccapriccio gl’avanza in viso pcidopo, quando fa un esempio di scuola di cotal attentato alla bellezza. Ché lui capisce se uno passa da una parte all’altra quando trattasi –bocca storta, fisionomia sfigurata- di piccolo borghesi che col gettone di presenza in Consiglio arrotondano il magro reddito. Lui, costoro: li capisce. Gli fanno francamente ribrezzo non in quanto traditori, né in quanto mediocri. Il Signor G. manifesta fastidio proprio perché suddetti piccolo borghesi esistono. Si permettono di frapporsi fra la Razza Altera e la Gleba, coi loro stipendiucci e i loro diplomucci. Si percepisce che il Signor G. preferirebbe che questi impiegatucoli non fossero mai nati, né che ne abbiano a nascere da qui all’eternità, quando di lì a poco dichiara non la comprensione, e neppure l’indignazione o la mancanza di indignazione, bensì lo sconcerto infinito che provoca in lui lo spettacolo di rampolli dell’alta borghesia cittadina, ottimi professionisti, eccellenti famiglie (le braccia disegnano nel cielo arcate maestose, la voce si fa tonante, solenne): i quali, ops!, pur’essi trasmigrano. Zompettano come allodole dall’uno all’altro schieramento. Che attentato alla bellezza. Che spettacolo abietto.

E mentre il Signor G. storce la bocca, lo Psiconano furoreggia in tv, fa irritare la regina Elisabetta che suona come la bestemmia salentina “Tu faresti irritare perfino il Cristo dei Cieli”, convoca G8 sulle macerie ché i no global non vengano a rompere i maroni, candida attrici e ballerine, pensa di chiamare il 25 Aprile “Giorno della Libertà”.


·        Con Francesco Savio, il quale esordirà in ottobre con un romanzo assai bello per le edizioni peQuod, ci divertiamo a discutere di altissima letteratura così come di scemenze. Ché poi, quando parli di scarpe, è mica una scemenza. Insomma penso sempre che quest’oggetto con cui copriamo le fette comunichi al mondo molto di più di qualsiasi discorso. Senza menarla troppo (e sì che ne avrei, praticamente potrei scrivere per trenta pagine, di scarpe e di portatori di scarpe), per fare un esempio facile facile, non trovate che ci sia un abisso di cultura mentalità sensibilità modo di stare al mondo fra chi solca l’esistenza arrampicato su affari così

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      e chi invece indossa sneakers così?

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     No, ditemi voi se non c’è un mondo che divide i bipedi in questione.

 


·        scardiaNell’inesorabile spleen di aprile, intanto, un disco sublime, durante i giri in macchina, coccola, come scriverebbe Franzen, il mio lobo encefalico frontale specificamente deputato all’elaborazione delle emozioni profonde. Si tratta di I giorni del vento, della pianista Irene Scardia. Capolavoro assoluto.

 


·        Nicola Papa, economista scrittore e pianista a sua volta, attentissimo ai tic linguistici italici, mi avverte che i manager non dicono più fiducioso bensì confidente, non coerente ma coesistente. Bando a questo ha senso a favore di un inquietante questo FA senso. Piccoli segnali della barbarie in atto.

 


·        Se mia sorella mi porta ‘sto libretto che vo cercando, fra qualche giorno ne scrivo qualcuna sulle sigarette. Intanto, abbiate una buona settimana.

postato da: livioromano alle ore 00:22 | link | commenti (7)
categorie: , scarpe, francesco savio, nicola papa, irene scardia
lunedì, 20 aprile 2009

Libero passaggio

calicetifutManifesto futurista situazionista ZTT09 del libero passeggio
Giuseppe Caliceti

1. Noi vogliamo camminare e per le nostre città e le nostre campagne, le nostre spiagge e le nostre montagne, senza importunare e senza essere importunati da sindaci sceriffo e rondisti da battaglia.

2. Noi vogliamo abitare liberamente il pubblico territorio in cui viviamo e percorrere liberamente il pubblico territorio che attraverseremo nei nostri viaggi per mare, per cielo, per terra.

3. Noi ci schieriamo in modo non violento, ma fermamente, contro il decreto ministeriale dello Stato italiano del 5 agosto 2008 che ha definito la figura dei “sindaci sceriffo” e il nuovo decreto sicurezza Maroni (dl.733) ancora in fase di approvazione, ma che ha già portato ad un inasprimento del controllo anche in scala locale.

4. Noi non vogliamo che nelle nostre città venga ulteriormente limitato l’uso delle principali piazze per cortei e manifestazioni pubbliche nei fine settimana o in altri giorni, né che siano annunciati da chicchessia divieti fisici oltre che simbolici quali quello di sedersi sui monumenti e gli edifici pubblici.

5. Noi vogliamo guardare toccare ascoltare annusare, con tutti i nostri sensi i nostri pubblici monumenti ed edifici perché, in quanto pubblici, ci appartengono; appartengono alla comunità e quindi appartengono a ognuno di noi.

6. Noi ci sentiamo responsabili né più né meno che gli altri cittadini nel pretendere rispetto verso luoghi e monumenti pubblici che sono legati in modo indissolubile al nostro spazio-tempo presente-passato- futuro.

7. Noi pretendiamo addirittura, volendo, di abbracciare colonne e di baciarle, di poter parlare con loro e ascoltare la loro voce invisibile, senza per questo essere considerati né pazzi né criminali.

8. Noi non pesteremo le aiuole, se è di questo che qualcuno ha paura; né intendiamo farci i bagni nelle pubbliche fontane, nonostante qualcuno abbia fatto ironia su questo per offendere gli immigrati. Noi non proviamo odio né rancore di alcuna risma, alla vista di un cittadino italiano di origine straniera camminare o correre o cantare o divertirsi senza far male ad alcuno nelle nostre città; anzi, se c’è un po’ di intorno a noi ci sentiamo più felici.

9. Noi abbiamo a cuore la difesa e la tutela delle libertà comuni e intendiamo protestare a oltranza contro chiunque intenda metterle in discussione.

10. Noi non tollereremo che qualcuno si impossessi di ciò che, in quanto bene comune, è anche nostro. E difenderemo con tutto il nostro coraggio e la nostra fantasia chi, in modo arbitrario, intenda rovinarlo o privarcene.

Reggio Emilia, 18 Aprile 2009,
in occasione della Ronda dell’Oca

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Da qualche giorno stavo pensando la stessa cosa anch'io...

Questo pezzo, partito da Facebook, gira in rete da giorni ed è stato commentato da Adriano Sofri sulla Repubblica.

IO NON DARO' NEANCHE UN CENTESIMO

di Giacomo Di Girolamo

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonia35669273_laquila_0528nze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

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categorie: laquila, terremoto, giacomo di girolamo

Randall Munroe

bored_with_the_internet
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lunedì, 13 aprile 2009

I dieci comandamenti

expolibroL'infaticabile Ines Pierucci e i Presìdi del libro organizzano,presìdi del libro all'interno, di Expolibro 2009, venerdì 17 aprile, un reading curato interamente da attori del Kismet i quali leggeranno dieci brani di altrettanti autori che rimandino riguardino e trattino un diverso comandamento.

roccoRocco Capri Chiumarulo leggerà uno stralcio di Niente da ridere, per il comandamento

Non desiderare la donna d'altri.

Chiunque sia nei paraggi è naturalmente invitato.

 


 

Dal 16 al 19 aprile a Bari Libri e Letterature dei Paesi dell'Est Europa
Da Giovedì 16 a domenica 19 Aprile, presso la Fiera del Levante di Bari, nell’ambito di Expolevante 2009, Fiera internazionale per il tempo libero, sport, turismo e vacanze, ritorna “ExpoLibro” edizione 2009. Salone culturale dedicato a lettori, scrittori, editori, e a tutti gli libri_02_0304_dappassionati del settore, diretto ancora una volta dal critico Carlo Gentile. Questa edizione avrà come tema centrale “East Side: Libri e Letterature dei Paesi dell'Est Europa”. Una mostra - mercato di case editrici e pubblicazioni dei Balcani e dei Paesi dell'Est Europa: Albania, Bulgaria, Croatia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Grecia, Moldova, Slovenia, Bosnia, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Polonia, Bielorussia ed Ucraina. Un evento unico in Italia, una sorta di ampliato “Corridoio 8” della cultura, che vedrà anche la presenza di scrittori e rappresentanti istituzionali italiani, europei e di molti dei Paesi interessati, che durante i quattro giorni della manifestazione presenteranno al pubblico ed alla stampa libri ed iniziative.

Previsti degli atelier di scrittura riservati ai ragazzi delle scuole superiori che potranno confrontarsi con autori di libri. Ogni giorno, inotlre sarà presentato un volume dedicato al mare nell’ambito di un progetto realizzato con l’Associazione “Un Mare d’inchiostro”. Non mancheranno incontri che faranno il punto sullo stato della distribuzione libraria, cosi come è prevista grande partecipazione anche per East Side, una mostra-mercato su pubblicazioni riguardanti i Balcani e l’Europa dell’Est.

Sabato 18 aprile è prevista la audio/videoconferenza sullo “Stato della Letteratura nell’Europa dei 25”. Oltre agli stand di Case Editrici Italiane, una particolare attenzione sarà anche dedicata a quelle specializzate in Libri per l’Infanzia e i Ragazzi, attraverso quattro incontri con gli autori (due italiani e due stranieri) ed un Atelier di Scrittura per Ragazzi.

Domenica 19 aprile gran finale con “La notte dei libri viventi”: 30 persone del pubblico avranno la possibilità di leggere per 4 minuti un brano rappresentativo del libro che hanno più amato.
Le iscrizioni sono possibili via e-mail (expolevante@fieradellevante.it) sino al 15 aprile.

La fiera sarà aperta dalle ore 10 fino alle ore 22. Ingresso gratuito.

Fiera del Levante
Ingresso Monumentale- Orientale - Bari
Info: 0805366111
mercoledì, 08 aprile 2009

Le porte dell'Occidente

postato da: livioromano alle ore 00:20 | link | commenti (3)
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sabato, 28 marzo 2009

Un tavolo

giornalismoCara* M.,

ho aspettato un po' prima di rispondere al tuo commento sui bruttissimi modi di dire del gergo giornalistico perché volevo tenere il più possibile l'epitaffio di Jonathan Franzen Su David Foster Wallace. Sì, quelli che indichi son decisamente immondi. Ma senti un po' queste altre espressioni che sono un po' create dai giornalisti un po' da essi stessi riprese dalle dichiarazioni dei politicanti che ci governano -espressioni le quali, ahimé, sono entrate nel linguaggio comune, imbastardendolo come si sta imbastardendo un po' tutta questa benedetta società italiana (traggo spunto anche da un pezzo di Guido Quaranta apparso su un Espresso di un mesetto fa):

-Tutti i vari sostenibile, specifico, condiviso, autoreferenziale. Lo dicono sempre e a sproposito. Una cosa è buona? Diventa sostenibile. E' cattiva: autoreferenziale. Luhmann si rivolta nella tomba tutte le volte.

-Veicolare , relativizzare (yes, relativizziamo tutto, per carità, siamo o non siamo italiani?), approcciare, cantierizzare, massimizzare.

-"E' giunta l'ora di abbassare i toni", "ognuno deve fare la sua parte", "Ci vuole un bagno di umiltà", "Il partito dei territori", "Solipsismo del leader". Da noi va poi molto di moda l'obbrobrioso "Convocare un tavolo" che la casalinga di Melissano si chiede se la sua amata tavola sopra la quale stende la pasta per le orecchiette possa esser addirittura invocata, se è uno dei nuovi poteri magici del berlusconismo (ma l'espressione è usata in maniera politicamente ecumenica, e anzi rilevo che la tendenza a farsi scudo di queste ignominie lessicali è soprattutto a sinistra, ed è anche per questo che continua a perdere).

-Governance (ludibrio estremo!), bipartisan, emergenziale, calendarizzazione, evento che detta l'agenda che uno si immagina l'agenda di similpelle che ti regala la banca sopra la quale misteriosamente si materializzano appunti e appuntamenti riguardanti inceneritori, riunioni elettorali, programmi di manifestazioni culturali organizzate con spreco di denaro pubblico a vantaggio dei furbetti che fanno della cultura un mestiere lucrosissimo.

Inoltre guardate cosa segnala Giulio Mozzi in Vibrisse:

Si può notare che la prima riforma - prettamente linguistica - attuata dal nuovo partito consiste nell’abolizione della preposizione “di” (sia nella forma semplice, sia nelle forme articolate).

Venerdì’ 27 marzo
Ore 17.00 Apertura lavori
Ore 18.00 Intervento Silvio Berlusconi

Pausa lavori per cena

Ore 23.00 Chiusura lavori

Sabato 28 marzo
Ore 9.30 Apertura lavori
Ore 12.30 Intervento Gianfranco Fini

Pausa lavori per colazione

Ore 18.00 Intervento Renato Schifani
Nel corso della giornata sono previsti gli interventi di Ministri, Capigruppo Camera, Senato e Parlamento Europeo

Pausa lavori per cena

Ore 21.30 Dibattito
Ore 23.30 Chiusura lavori

Domenica 29 marzo
Ore 9.30 Apertura lavori
Ore 11.00 Intervento conclusivo On. Silvio Berlusconi e votazioni conclusive

Ore 14.00 Termine lavori

La persistenza della preposizione nell’espressione “interventi di Ministri” è un evidente residuo: e sta lì a mostrare che l’innovazione è in corso, ma c’è ancora tanto lavoro da fare.

Notiamo infine come il presidente dell’attuale governo, diversamente da quanti entrano in conclave papi e ne escono cardinali, entri nel congresso da semplice cittadino e ne esca onorevole.

(aspetto altre espressioni simili, se ne avete)

*: cosa sarebbe la nostra vita se non esistessero gli eufemismi?

postato da: livioromano alle ore 12:03 | link | commenti (11)
categorie: giornalismo, politici, obbrobri linguistici
lunedì, 23 marzo 2009

Cazzoni

franzenQuesto bellissimo articolo di Franzen, che non conoscevo e che è uscito sul Corriere della Sera l'8 dicembre 2008, mi ha impressionato forse più della stessa morte di DFW. Mettetevi comodi e, se siete in un periodo di fragilità emotiva, evitate di leggerlo poiché è straziante. Ah, e un'altra cosa che ho letto (Daria Bignardi su Vanity Fair) è "Era un cazzone come noi": cinque parole che racchiudono impietosamente lo scoramento che ci ha attanagliati dopo quella notizia.

«Sai perché scriviamo? Per non restare soli»

Lo chiamavo al telefono. Diceva: raccontami ancora una volta la storia che riuscirò a salvarmi. Poi smise di rispondere. Capii che era finita. David Foster Wallace nel ricordo di Jonathan Franzen «Ci univa questa idea: la narrativa come ponte tra gli uomini»

Come a molti scrittori, anzi di più, a Dave piaceva tenere tutto sotto controllo. Il caos delle occasioni mondane era facile motivo di stress. L' ho visto due sole volte andare a una festa senza Karen. A una, organizzata a casa di Adam Begley, l' ho dovuto trascinare quasi di peso e, non appena oltrepassata la soglia, mi è bastato perderlo d' occhio un solo istante perché facesse dietrofront e tornasse nel mio appartamento a masticare tabacco e a leggere un libro. Alla seconda ha dovuto trattenersi per forza, perché si festeggiava la pubblicazione di Infinite Jest. È sopravvissuto ripetendo «grazie» un' infinità di volte con un eccesso doloroso di cerimoniosità. Una delle cose che rendevano Dave un professore universitario fuori dal comune era l' impostazione formale del lavoro. Entro quei confini, poteva attingere senza pericolo alla sua riserva enorme e innata di gentilezza, erudizione e competenza. Anche l' impostazione delle interviste era esente da pericoli. Quando era Dave a essere intervistato, prendersi cura dell' intervistatore lo aiutava a rilassarsi. Quando indossava i panni del giornalista, Dave dava il meglio di sé se riusciva a trovare un tecnico - un cameraman al seguito di John McCain, un operatore in un programma radiofonico - elettrizzato all' idea di conoscere uno sinceramente interessato ai misteri del suo lavoro. Dave adorava i particolari in quanto tali, ma i particolari erano anche una valvola di sfogo per l' amore che teneva imbottigliato nel cuore: un modo per stabilire un legame, su un terreno intermedio relativamente sicuro, con un altro essere umano. Il che equivale, grosso modo, alla definizione di letteratura a cui io e lui siamo giunti tra una chiacchierata e uno scambio di lettere all' inizio degli anni Novanta. Ho voluto bene a Dave fin dalla primissima lettera che mi ha mandato, ma le prime due volte che ho cercato di incontrarlo di persona, a Cambridge, non si è presentato agli appuntamenti. E anche quando abbiamo cominciato a frequentarci, i nostri incontri erano spesso tesi e frettolosi: molto meno intimi dello scambio epistolare. Trattandosi di amore a prima vista, mi sforzavo sempre di dimostrare che ero in gamba e spiritoso, ma quel suo modo di fissare un punto a qualche chilometro di distanza mi dava la sensazione di non riuscirci affatto. Poche volte nella vita mi sono sentito realizzato come quando ho strappato a Dave una risata. Ma trovare il «terreno neutrale intermedio sul quale stabilire un legame profondo con un altro essere umano»: a questo, decretammo, serviva la narrativa. «Una via di fuga dalla solitudine» era la formula che ci mise d' accordo. E dove, se non nella sua lingua scritta, Dave era totalmente e splendidamente capace di esercitare il controllo? Non esisteva scrittore vivente dotato di un virtuosismo retorico più autorevole, entusiasmante e inventivo del suo. Arrivato alla parola numero 70 o 100 o 140 di una frase sprofondata dentro un paragrafo lungo tre pagine e intriso di umorismo macabro o di autocoscienza favolosamente reticolata, sentivi l' odore di ozono esalare dalla precisione scoppiettante del costrutto che lui impartiva alle frasi, dal destreggiarsi fluido e calibratissimo tra dieci livelli di dizione: alta, bassa, media, tecnica, avanguardistica, secchiona, filosofica, gergale, farsesca, esortativa, teppistica, sdolcinata o lirica. Quelle frasi e quelle pagine, quando riusciva a crearle, erano una dimora sincera, sicura e felice quanto ogni altra avuta in quasi tutti i venti della nostra conoscenza. Perciò potrei raccontarvi della breve gita piena di battibecchi che abbiamo fatto una volta, o potrei raccontarvi dell' odore di gaulteria che il suo tabacco da masticare diffondeva nel mio piccolo appartamento ogni volta che si fermava da me, o potrei raccontarvi delle nostre imbarazzanti partite a scacchi o dei palleggi ancora più imbarazzanti che facevamo le rare volte che giocavamo a tennis - la struttura rassicurante delle partite in netto contrasto con le arcane, profonde rivalità fraterne sempre in fermento sotto la superficie - ma a dire il vero tutto verteva intorno alla scrittura. Perché in quasi tutto il periodo della nostra conoscenza, l' interazione forse più intensa che ho avuto con Dave è stata quando ho letto da solo sulla mia poltrona, per dieci sere di fila, il manoscritto di Infinite Jest. È in quel libro che Dave, per la prima volta, ha orchestrato se stesso e il mondo secondo i suoi dettami. A livello più microscopico: sulla faccia della terra non si è mai visto un prosatore che usasse la punteggiatura con la passione e la minuzia di Dave Wallace. A livello più globale: ha sfornato un migliaio di pagine di amenità che, pur non mostrando mai un cedimento nella forma e nella qualità dell' umorismo, diventavano sempre meno spiritose, sezione dopo sezione finché, verso la fine, ti ritrovavi a pensare che tanto valeva intitolare il libro Infinite Sadness. Nessuno come Dave ha colpito nel segno. E adesso questo bell' uomo del Midwest geniale, spiritoso e gentile, con una moglie incredibile, una strepitosa rete di sostenitori, una strepitosa carriera e uno strepitoso lavoro in una scuola strepitosa con studenti strepitosi si è tolto la vita, e noi tutti stiamo qui a domandarci (citando da Infinite Jest): «Dì un po' , amico, qual è la tua storia?» Una buona storia semplice e moderna direbbe così: «Una personalità simpatica e piena di talento ha dovuto soccombere a un grave squilibrio chimico del cervello. C' era la persona di Dave, e c' era la malattia, e la malattia ha ucciso l' uomo con l' inesorabilità di un cancro». Questa storia è allo stesso tempo più o meno vera e del tutto inadeguata. Se vi accontentate di questa storia, non vi servono quelle che Dave scriveva, specie le tante, tantissime storie in cui il dualismo, la scissione tra persona e malattia, sono visti in chiave problematica o derisi senza tanti complimenti. Il paradosso dal quale non si scappa è che Dave stesso, alla fine, si è accontentato, in un certo senso, di questa semplice storiella interrompendo ogni legame con le storie molto più interessanti che aveva scritto in passato e che avrebbe potuto scrivere in futuro. Le sue tendenze suicide hanno avuto il sopravvento relegando in secondo piano tutto quanto appartiene al mondo dei vivi. Ma non per questo noi non abbiamo altre storie importanti da raccontare. Potrei raccontarvi dieci versioni diverse di come lui sia arrivato alla sera del 12 settembre, alcune molto cupe, altre che mi fanno molto arrabbiare, e quasi tutte terrebbero in considerazione i tanti aggiustamenti introdotti da Dave, adulto, dopo aver quasi sfiorato la morte per suicidio sul finire dell' adolescenza. Ma c' è una particolare storia non troppo cupa di cui conosco l' autenticità e che vi voglio raccontare adesso, perché per me essere amico di Dave è stato una gioia immensa, un privilegio e una sfida infinitamente interessante. Chi ama tenere tutto sotto controllo non ha vita facile con l' intimità. L' intimità è anarchica, reciproca e mal si concilia, per definizione, con il controllo. Cerchi di tenere tutto sotto controllo perché hai paura e, all' incirca cinque anni fa, Dave ha smesso palesemente di aver paura. In parte dipendeva dall' aver trovato una sistemazione stabile e proficua qui a Pomona. Un' altra parte consistente era ascrivibile all' aver finalmente incontrato la donna giusta aprendosi così, per la prima volta, all' eventualità di condurre una vita più piena e dall' impostazione meno rigida. Mi accorsi che al telefono aveva cominciato a dirmi che mi voleva bene e, quanto a me, all' improvviso capii che non dovevo sforzarmi troppo per farlo ridere o per dimostrargli che ero in gamba. Io e Karen riuscimmo a portarlo una settimana in Italia dove, invece di passare le giornate in albergo a guardare la TV, come forse avrebbe fatto qualche anno prima, pranzava sulla terrazza, mangiava polipo e la sera si trascinava alle cene apprezzando davvero il fatto di trovarsi in un ambiente informale con altri scrittori. Ecco una cosa davvero divertente che forse avrebbe fatto di nuovo. Circa un anno dopo decise di sospendere i farmaci che da più di vent' anni davano stabilità alla sua esistenza. Anche qui le storie sul perché abbia preso questa decisione si sprecano. Ma una cosa mi disse chiaro e tondo quando ne parlammo: voleva avere l' occasione di condurre una vita più normale, con un esercizio meno aberrante del controllo e piaceri più normali. Una decisione scaturita dall' amore per Karen, dal desiderio di creare una scrittura nuova e più matura, e dall' aver intravisto un futuro diverso. Un tentativo incredibilmente arrischiato e coraggioso, perché Dave era pieno di amore, ma era anche pieno di paure: troppo immediato per lui accedere a quegli abissi di tristezza infinita. L' anno andò avanti tra alti e bassi, a giugno ebbe una crisi e l' estate fu durissima. Quando lo vidi a luglio era di nuovo pelle e ossa, come l' adolescente che aveva attraversato la prima grande crisi. Ad agosto poi, una delle ultime volte che gli ho parlato, al telefono, mi ha chiesto di raccontargli una storia su come sarebbe migliorata la situazione. Io gli ripetei molte delle cose che lui aveva detto a me nelle nostre chiacchierate dell' anno precedente. Dissi che si trovava in una posizione terribile e pericolosa perché cercava di fare dei cambiamenti veri come persona e come scrittore. Dissi che l' ultima volta che aveva vissuto un' esperienza quasi mortale ne era venuto fuori e aveva scritto, rapidissimamente, un libro che era avanti anni luce rispetto a tutto quello che aveva fatto prima del tracollo. Dissi che era un saputone cocciuto con la smania di controllare tutto - "Anche tu!" mi rimbeccò - e dissi che quelli come noi hanno così paura di rinunciare al controllo che certe volte l' unico modo per obbligare noi stessi ad aprirci e a cambiare è soffrire le pene dell' inferno e arrivare a un soffio dall' autodistruzione. Dissi che aveva modificato l' assunzione dei farmaci perché voleva crescere e avere una vita migliore. Dissi che le cose migliori doveva ancora scriverle. E lui disse: «Mi piace questa storia. Mi faresti il favore di telefonarmi ogni quattro o cinque giorni e di raccontarmene un'altra così?» Purtroppo ho avuto soltanto un' altra occasione per raccontargli quella storia, e ormai non mi ascoltava più. Era straziato da un' angoscia e da un dolore che non gli davano un minuto di tregua. Dopo quella volta provai a chiamarlo ancora, ma lui non sollevava la cornetta né rispondeva ai messaggi. Era sprofondato nel pozzo della tristezza infinita, dove le storie non arrivano, e non voleva venirne fuori. Ma aveva un' innocenza bellissima e famelica, e ci stava provando. (Traduzione di Giovanna Granato) © 2008 Jonathan Franzen All rights reserved

Jonathan Franzen

postato da: livioromano alle ore 23:15 | link | commenti (3)
categorie: david foster wallace, franzen
venerdì, 20 marzo 2009

Giovinezza

saba_2-66faeOggi mia figlia è tornata da scuola con una poesia di Umberto Saba e com’è e come non è: mi son ritrovato fra le mani il Canzoniere che, esattamente dieci anni fa, leggevo e rileggevo con la passione che si deve soltanto ai Grandissimi. In particolare, avevo fatto mia, come si dice, “Felicità”, che ovviamente conosco a memoria. Ritornare oggi su quelle parole m’ha fatto male. Quella che un giorno m’era sembrata una specie di  sentenza di assoluzione dalla gioventù, be’: sarà che domani è primavera, sarà che s’avvicina il mese più crudele, ma questo pomeriggio, pur facendomi come sempre rabbrividire per la bellezza racchiusa in tanta semplicità, quei versi mi son parsi onestamente FUFFA. Forse devo smettere di leggere quel cinico genio di St. DFW. (No, è che non è che s’abbia più tutta ‘sta cupidigia di pesi, no no, semmai si andrebbe in cerca di qualcuno che ce ne liberasse un po’, ecco tutto).

 

FELICITA'

La giovinezza cupida di pesi
porge spontanea al carico le spalle. DavidFosterWallace3
Non regge. Piange di malinconia.
Vagabondaggio, evasione, poesia,
cari prodigi sul tardi!
Sul tardi l'aria si affina
ed i passi si fanno leggeri.
Oggi è il meglio di ieri,
se non è ancora la felicità.
Assumeremo un giorno la bontà
del suo volto, vedremo alcuno sciogliere
come un fumo il suo inutile dolore.

postato da: livioromano alle ore 22:24 | link | commenti (3)
categorie: felicità, umberto saba, david foster wallace
mercoledì, 18 marzo 2009

Mar rosso

cammelliAttenzione, attenzione, avviso a tutti i delatori della polizia lessicale. Io pensavo di avere una collezione piuttosto esauriente di tutti gli orrori linguistici in uso nella lingua italiana -collezione in cima alla quale spiccava, per efferata bruttezza, "da asporto" (pizza da asporto, bibite da asporto, ohgod che ignominia!). Non avevo considerato che l'industria del turismo di massa può esser capace, oltre che sequestrarti per sette giorni in questi non-luoghi regno del kitsch più spinto alla mercè di gente pagata per "animarti" (mi chiedo che miseria interiore alberghi in spiriti che hanno bisogno di ri-animazione durante una vacanza) nonché trattenerti in aeroporto per 14 ore a prosciugare la carta di credito in attesa che il charter faccia su e giù per l'Europa sette volte mentre la polizia, quella vera, ti impedisce fisicamente di abbandonare la sala di imbarco: è capace, quest'industria, pure di sfornare parole obbrobriose senza il minimo pudore e in gran copia. Tanto da spodestare l'asporto, e mettere in cima alla mia lista nera queste due nuove perle: CAMMELLATA e DROMEDARIATA (dette a indicare passeggiata di 3/4 d'ora circa sulla groppa delle stesse navi del deserto mentre una specie di sperone ti tritura l'osso sacro e/o le selle di stoffa stimolano lo sfintere anale fino a farlo sanguinare -a meno, va detto, di non ascoltare i consigli della guida la quale ti sprona, a uso e consumo del fotografo, ad assecondare il mammifero, a ondeggiare insieme a lui, ad assumere, insomma, la posa del pascià che si sposta per raggiungere un bordello nel cuore di un'oasi sul Sinai, operazione che vi conferirà invariabilmente un'aria un po' da checca più che da virile baffuto mediorientale). Spargete la voce, denunciate, stigmatizzate. Cammellata. Dromedariata. Fanno il paio, del resto, con la (tremo a scriverlo) biciclettata, la spaghettata, per i pugliesi la frisellata, la salsicciata e il resto del disgusto di questi neologismi "collettivi".

postato da: livioromano alle ore 15:20 | link | commenti (11)
categorie: mar rosso, cammelli, dromedari, tour operatot
giovedì, 05 marzo 2009

(never argue with) Women

donneSuvvia, siete tutti persone avvertite e so che non vi spaventate se vi incollo una storiella in inglese che m'ha mandato Gabriella Shaeppi da Ginevra e che mi ha fatto molto sorridere. Tempo di spostamenti convulsi. Appena tornato, già riparto. Voi, come dice quella geniaccia di Pulsatilla, non fate casino.


Never argue with a woman!

 One morning the husband returns after several hours of fishing and  decides to take a nap. Although not familiar with the lake, the wife decides to take the boat out. She motors out a short distance, anchors, and reads her book.

 Along comes a Game Warden in his boat. He pulls up alongside the woman  and says:

 "Good morning, Ma'am. What are you doing?"
 "Reading a book," she replies, (thinking, "Isn't that obvious?")
 "You're  in a Restricted Fishing Area," he informs her.
 "I'm sorry, officer, but I'm not fishing. I'm reading."
 "Yes, but you have all the equipment. For all I know you could start at  any moment. I'll have to take you in and write you up."
 "For reading a book," she replies,  

"You're in a Restricted Fishing Area," he informs her again, "I'm  sorry, officer, but I'm not fishing. I'm reading."
 "Yes, but you have all the equipment. For all I know you could start at any moment. I'll have to take you in and write you up."
 "If you do that, I'll have to charge you with sexual assault," says the woman.
 "But I haven't even touched you," says the game warden.
 "That's true, but you have all the equipment. For all I know you could start at any moment."
 "Have a nice day ma'am," and he left.

MORAL: Never argue with a woman who reads. It's likely she can also think. Send this to other women who are thinkers.

postato da: livioromano alle ore 22:12 | link | commenti (3)
categorie: women, pulsatilla