di giuliomozzi
Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto ivoriano che viaggia seduto su questo treno, difronte a me. Io vado a Milano a fare il mio lavoro, lui va a Brescia a cercarne uno. Ha un amico che lavora in un cantiere, gli ha detto che forse.
Io non ho voglia di farmi odiare dalla giovane coppia cinese che gestisce il bar dove vado spesso, quando ritorno da Milano che è quasi mezzanotte, a mangiare e bere qualcosa.
Io non ho voglia di farmi odiare dalle signore slave, tutte sui cinquanta e ben piantate, che viaggiano insieme a me, d’inverno prima dell’alba e d’estate nell’alba già afosa, nella prima corsa dell’autobus numero tre: io scenderò in stazione per prendere il mio treno, loro cambieranno autobus, saliranno sul sette o sul diciotto, proseguiranno per la zona industriale.
Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto pakistano che tante sere, quando arrivo tardi alla pensione dove mi appoggio se mi fermo a Milano, trovo addormentato, appoggiato sul banco della reception, la testa appoggiata sulle braccia incrociate: di notte fa il portiere di notte, di giorno fa il cameriere in una pizzeria.
Io non ho voglia di farmi odiare dalla ragazza croata che è fidanzata con un mio amico triestino, e che avendo tirato troppo in lungo l’università – non per pigrizia, ma perché studia e lavora, e il lavoro stanca – ha dovuto rientrare in Croazia, e amen. È inutile che faccia le carte per un nuovo permesso di soggiorno, le hanno detto, tanto tra un paio d’anni anche la Croazia diventerà Europa, e tanto vale.
Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto africano che qualche sabato fa, a Padova in Piazza delle Erbe, impacchettato in un completo nero con camicia panna, attraverso un microfono sfrigolante e amplificatori esausti spiegava a un pubblico radissimo e trincante – era l’ora dello spritz – che la crisi colpisce prima di tutto i lavoratori extracomunitari, che loro sono i primi a essere licenziati, e che dopo tre mesi di disoccupazione c’è poco fa fare, o vai via e ricominci da capo, o diventi clandestino.
Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto keniota che per qualche mese ha stazionato fuori dal supermercato del mio quartiere e ha campato con l’euro o i cinquanta centesimi delle signore anziane alle quali spingeva il carrello, porta le borse, carica l’automobile: qualche settimana fa mi ha detto: «Basta questo. Adesso fabbrica, da lunedì», e mi ha mostrato il suo primo permesso di soggiorno.
Roma. Ponte di Ferro dell'Industria.
Non so se i nostri governanti se ne rendono conto, ma la meravigliosa legge sulla sicurezza che stanno cucinando in Parlamento avrà tanti effetti, e uno sarà questo: tutti questi giovanotti e giovanotte avranno un ottimo motivo per odiarmi; per odiare me, per e odiare tutti gli altri: anche lei, signora, anche lei, signore, che state leggendo questo articolo. Certo: i giovanotti e giovanotte dei quali ho accennate le storie sono per lo più ormai a posto con le carte. Ma molti di loro hanno attraversato – non solo inizialmente – periodi più o meno lunghi di vita da clandestino: mendicando, lavorando in nero, campando in qualche modo; e sanno che potrà capitare di nuovo: basta perdere il lavoro.
Ci sono persone che partono da luoghi lontanissimi e affrontano viaggi tremendi per arrivare qui in Italia, e magari attraverso l’Italia arrivare altrove: perché a casa loro, semplicemente, si muore di fame, o si combatte una guerra assurda. Queste sono le persone che noi – noi: li abbiamo ben eletti, questi governanti – rispediamo indietro nei loro barconi che fanno acqua; le persone alle quali abbiamo già negato per legge una quantità di diritti, diritti che ciascuna persona ha al di là di qualsiasi legge perché è una persona e non una cosa, e alle quali ora ci apprestiamo a negarne altri ancora.
Pensate solo – signore, signora che leggete – quanto ci odieranno le mamme che non riusciranno a tenersi i figli; pensate quanto ci odieranno tra dieci, quindici, venti anni, quando avranno capacità di capire, i figli tolti alle madri subito dopo il parto e resi istantaneamente adottabili. Questa legge che si sta cucinando in Parlamento è ben pensata: non ci fa odiare solo oggi, addirittura programma un calendario dell’odio per i prossimi dieci, quindici, venti anni.
Signora, signore che leggete. Io non vi chiedo di voler bene a queste persone che arrivano qui fuggendo dalla fame e dalla guerra. Non vi chiedo di avere compassione per loro. Non vi chiedo di interrogarvi su quale politica dell’immigrazione sia opportuna per l’Italia. Non vi chiedo di domandarvi se sia buono o cattivo per l’Italia, un futuro «multietnico» (come se non lo fosse già il presente).
Vi chiedo, semplicemente, di domandarvi se una legge che programma una tale produzione di odio contro di noi sia, effettivamente, una legge per la nostra sicurezza.




Manni edizioni
Addio controra, in Puglia l'incanto sa di acido fenico
l'impressione che quando uno cita Hornby non è che ci si capisca tanto. Per molti è lo scrittore del calcio e/o quello del negoziante di dischi. Be', per me no. Per me il genere-Hornby è qualla narrativa, ben congegnata e dal ritmo brioso, la quale racconta di vite ordinarie, di gente come te che stai leggendo e come me che sto pigiando sulla tastiera, epiche minori, lonely people, gente d'Occidente che va in giro a fare la spesa e sa quanto costa un litro di latte in almeno tre diversi supermercati della città; gente che ha figli, rate, bollette, cali della libido, esplosioni della libido stessa, amanti, tresche, lavori grigi, recuperi di amor coniugale, baby sitter da pagare, vacanze da organizzare e così via. Insomma: tutto quel che agli scrittori italiani di successo importa men che nulla. Ho trovato proprio stasera, in
Un'altra antologia che segnalo non tanto per il mio contributo -un articoletto breve breve su Londra- quanto per la gran quantità e qualità dei materiali contenutivi, è FRAMMENTI DI COSE VOLGARI, edita da
Ci siamo. E' rinata la gloriosa Pequod di Marco Monina. Si chiama
Lo ammetto: fra le tante antologie cui mi chiedono di partecipare, non sempre ricordo di dar notizia in questo bloghetto. Questa Storie scellerate, a cura dell'ottimo 
Prendere una pattuglia di scrittori e rinchiuderli in una “residenza”, ancorché “letteraria”: è operazione che ha dei punti di contatto con il sequestro di persona. Io stesso rivado con la mente a certi trenini che attraversano campi galavernosi, sovrastati da nubi plumbee, e il collegio pavese dentro al quale sbarchi, la stanza monacale con il letto alto un metro e mezzo che ti assegnano, la sala da pranzo con le sedie intarsiate che pare di stare dentro a Harry Potter, questi geni di diciannove o ventuno anni che studiano per tre ore, poi fanno una pausa di quindici minuti durante la quale “provano a stuprare qualcuna delle gallinelle del reparto femminile” (mi rivelò, e senza scherzare, un ciccione che a vent’anni e mezzo stava per discutere una tesi su Wittgenstein), indi un’altra sessione di studio di tre ore, una partita a biliardo, a seguire un’ora di sonno e si riprende la sequenza indipendentemente dall’orario reale che scorre fuori (del quale, d’altro canto, questi mostri non avevano alcuna contezza, sprofondati com’erano dentro una specie di sottomarino senza finestre né luce naturale d’alcun genere). Oppure la
volta che ci ritrovammo all’Università di Campobasso e il convegno della mattina fu interrotto da uno psicotico che voleva ammazzare il Rettore –e, forse, anche l’intera banda di narratori lì convenuti- poiché per il terzo anno di seguito non era stato preso alla SISS. Arrivò la polizia, e noi ci ritirammo in camera. Residenze qua e là per lo Stivale. Niente a che vedere con quelle stanzette leggendarie che ogni tanto qualcuno fra i colleghi grafomani (scapoli) ti suggerisce di abitare per qualche tempo nei paesi del Nord Europa. Il bovindo dal quale osservare ettari di campagna con lepri saltellanti e stagni e viti che rosseggiano, il fornelletto per il pentolino del tè, la prospettiva di rimanerci anche un anno beccando perdipiù uno stipendio pagato dallo Stato. Qui in Italia, solo pochi giorni di sequestro. Nei miei ricordi di globetrotter letterario, durante questi eventi piove sempre che Dio la manda. Qualora ci fosse stata una possibilità che lettori, professori, studenti del circondario avessero voluto assistere alle nostre concioni: le bombe d’acqua che cannoneggiavano i dintorni della “residenza” li avevano trattenuti davanti al camino delle loro case. Ed è così che, plissettati, smadonnanti ma alla fine felici di ricongiungersi alla confraternita itinerante per le “residenze” italiane: gli scrittori comunque adempiono alle funzioni per le quali son stati invitati e per le quali percepiranno un (più o meno lauto) gettone di presenza. Un intervento sui temi più bizzarri, l’intervista al giornale locale, il reading nella sala comunale. Ci fu una volta durante la quale non era venuto davvero nessuno ad ascoltare i brani, ma noi decidemmo di leggere lo stesso e dopo un po’ la cosa si trasformò nello scrittore e critico Andrea Di Consoli che faceva le imitazioni degli scrittori anziani e degli accademici più blasonati provocando una folle ilarità fra i residenti che in tal modo si predisposero alquanto favorevolmente ad andare a cena per affrontare il Vero Dibattito, l’ininterrotto cicaleccio di tutte le tavole alle quali desinino scrittori italiani: chi ha pubblicato con chi, chi ha scalato le classifiche, che schifo, stampano cani e porci, come possa mai piacere al grande pubblico una porcheria simile, cosa dobbiamo invece fa’ noi per campa’.
su Facebook e disgustato dai polemisti dei citati Lit-blog. E Giorgio Vasta, l’immenso Dario Voltolini, e i nostri Elisabetta Liguori e Francesco Dezio, il sempre spiritosissimo Antonio Pascale, senza dire del sommo Paolo Nori il quale già appena dà fiato a quel suo affabulare emiliano mimetico e stralunato, son risate a crepapelle: gli scrittori da residenza son gente seria che svolge con impegno il compito assegnato per uno sparuto pubblico composto perlopiù di studenti nerd di lettere. Mica come certe star che pure, in ben più lucrosi happening letterari, ho spesso osservato starsene a pasteggiare al tavolino contornati da ammiratrici, invece di intervenire. Dopo i contributi, e dopo i reading ospitati dai Comuni di Zollino e Campi salentina, la comitiva risale sul pulmino e ripiomba nel magone. Si torna nella spelonca sperduta. C’è chi dichiara che all’alba fuggirà in autostop e chi ha paura del buio che c’è intorno. Chi vorrebbe andare in città a far bisboccia e chi s’accontenta del porno sulla tv satellitare. Fino a che qualcuno dell’organizzazione non consegnerà loro il pacco di articoli con foto usciti durante l’ultima settimana e li porterà in aeroporto. In attesa del prossimo invito per la prossima residenza.
Penso che a tutti noi che abbiamo fra i 35 e i 40 anni il momento deve aver ricordato quel giorno di maggio del 1978 in cui un bidello passò per le classi sussurrando qualcosa alle maestre o ai professori. Io ero in Quinta Elementare. Il mio maestro socialista non accolse con troppa enfasi quell’invito a fermarsi, a osservare il silenzio, a pregare per Aldo Moro. Si stiracchiò. Sorrise con quel suo ghigno ironico. Andò fuori a vedere. Fra le classi femminili a noi contigue era tutto un piagnucolio, e da parte delle alunne, e da parte delle maestre. Ricordo la mia coetanea Graziana che si disperava in un angolo ripetendo: "E se vengono e uccidono anche tutti noi?". Poi si ricomposero. L’insegnante tracagnotta prese in mano un rosario. Partirono tutte con le preghiere. Noi assistevamo a queste per noi strambe manifestazioni affacciati dalla porta della nostra aula. Ma non ci fermammo a fare alcun minuto o ora di silenzio.
fresconi del pop jazz, new
wave mal tolleravano. Che guardavano oltreoceano, come si dice, a New York, a quel Lou Reed appena rientrato ancor (se possibile) più sconvolto dal catastrofico concerto al Parco Lambro, a Patti Smith, ai primissimi brulichii new psychedelic, metti dei Dream Syndicate. E, ovviamente, al nerd, come si direbbe oggi, al manichino dagli occhi vitrei che rispondeva al nome di David Byrne e delle sue Teste Parlanti. Avevamo ragione. Di quegli anni restano solo due o tre dischi dei Talking Heads, nella lista dei Capolavori Eterni. Era una musica indefinibile, imbottita di rimandi e suggestioni ma non somigliante ad alcun altra mai ascoltata. Un funky-punk cerebrale, che ti invita a ballare ma assolutamente non a pogare, e anzi ad assumere un atteggiamento di composta irridente estraneità rispetto al “sistema”, annichiliti da una Telecaster ipnotizzante ma soprattutto dalla voce di Byrne che sembra venire da un mondo parallelo, o da un’astronave extraterrestre. Fin dai primi due dischi (non a caso prodotti da Brian Eno), ci sentimmo catapultati in un’asfissiante (diremmo oggi simpsoniana) provincia americana della quale Wenders aveva fin lì raccontato solo le angoscianti sghembe luci e le ombre tetre con pellicole quali Alice nelle città o Paris, Texas e della quale, molto in là nel tempo, grandi romanzi come Underworld di DeLillo e le Correzioni di Franzen ci avrebbero narrato le dinamiche interpersonali che stavano saturando l’American Beauty (“Vivo in una casa bellissima, con una bellissima moglie, ma mi chiedo: miodio, come ci sono finito?”). Alternando materiali sonori spesso diversissimi fra di loro, omogeneizzandoli dentro quello straordinario e unico sound così sincopato, nevrotico, velocissimo, scoprivamo con vent’anni di anticipo di “sapere dove andiamo, ma non sapere cosa abbiamo già visto”, indovinando, nelle casette dei vicini, divertimento salute aria pulita, ma nessun residuo “senso dell’armonia” e della memoria -semmai che vi si nasconde uno 
In questi infuocati, esausti, sfiancanti ultimi giorni di scuola già è un’impresa arrivare alla fine della giornata senza dare di matto (vedi
sempre quel che vorresti l’esser obbligati ad ascoltare robe tipo “Per due notti ti scopai/sospiravi e godevi/poi cornuto mi facesti” (dico per dire, il tipo me ne canta tanti e tali che questo è un esempio veramente costumato). Poi mi chiede: “Ma è possibile che non la conoscevi questa? Ma dove sei vissuto?”. A volte devo far forza sul quel braccio per spostare il vecchio e guadagnare le scale antincendio per accendermi una sigaretta prima di riprendere a sbraitare –lui, credo, ancora là a canticchiare trivialità. Da qualche giorno, prima di girare gli angoli, spio l’orizzonte come i poliziotti nei telefilm. Se lo vedo in lontananza, posso anche scendere una rampa di scale e risalire da un’altra per evitare di incontrarlo.
È inutile cincischiare: il nostro immaginario verbale e iconico è massicciamente influenzato dalle canzonette. Tipo io son cresciuto con carmi dell’intensità di “Liù si stendeva su di noi e ci dava un po’ di sé/ senza chiederci il perché” oppure “Piccola foglia che fai/ti lasci abbandonare”. Solo verso i 14 sono approdato ai cantautori e poi al rock’n’roll. Dunque sarei l’ultimo bipede al mondo in diritto di pontificare sull’immaginario che la canzone Sincerità di tal Arisa sta contribuendo a plasmare nelle menti dei bambini d’oggidì, comprese le mie figlie che ascoltano di continuo quest’agghiacciante pezzo nonché lo cantano nel coro di fine anno.
In questi giorni ricorre il quarto "anniversario" della nascita della libreria I volatori. In quattro anni la libreria ha organizzato qualche centinaio di piccoli eventi: eventi musicali, letterari, corsi di scrittura creativa, reading di poesia ed altro, corsi d'inglese per bambini. Ha anche messo a disposizione i locali a chiunque facesse richiesta per dibattiti, riunioni di associazioni e tanto altro. Ovviamente tutto questo ha fatto molto piacere a chi pensa che la cultura con la c maiuscola o con la c minuscola sia indispensabile per la crescita di una piccola città e a chi crede che la cultura può anche nascere dagli atomi. SI tratta, in realtà e purtroppo, di una sparutissima minoranza di persone che non hanno fini politici (se non quelli nobili e originari, insiti nella parola politica, che vuol dire cura della propria comunità) e che hanno proprio in questa libertà la loro forza e la loro debolezza: la loro forza essendo la impossibiltà di essere addomesticati, la loro debolezza risiedendo, invece, nella costante, scientifica, monomaniaca messa al bando praticata dagli scriba cittadini. Anche loro una piccola minoranza, ma con una potenza di fuoco devastante. Gli scriba cittadini hanno loro santuari, dove si decide anche della vita e della morte civile di una persona o di un gruppo, hanno teste di ponti su ogni fiume, piazzano ambasciatori e consoli ovunque; sono trasversali politicamente, "ubiqui ai casi, onnipresenti sugli affari tenebrosi", si riprodu
cono incestuosamente (famiglia uguale casta). Sono, per forza di cose, autoreferenziali: tutto ad essi va ricondotto). Si considerano una specie protetta: cercano di proteggere i propri figli dagli olezzi del volgo sin da quando li mandano a scuola, dove fanno il diavolo a quattro per fare in modo che capitino nelle classi più profumate. Ora "comandano" loro: e quando si comanda si fa anche la guerra. A chi la pensa diversamente, a chi non appartiene alla casta, a chi si tiene fuori dai santuari perchè crede nella libertà, nello scambio libero delle idee, a chi crede che la cultura può nascere anche per sporulazione. 
Il mio amore per Capossela è recente. Comincia con quella gemma che è Ovunque proteggi, disco così bello che mi fece ricredere sul conto di un autore che, prima d'allora, praticamente non sopportavo. 
Il libretto di docu-fiction del lontano 2002 del quale sono così orgoglioso
Professore
tornava a vivere al sud. Mi è capitato recentemente di intrattenere un’intensa frequentazione con centinaia e centinaia di ragazzi italiani che, come tutti, hanno un “profilo” su Facebook. Tralascio i motivi per cui ho deciso di abbandonare quel mezzo sorprendente (di “suicidarmi”, come si dice in quella porzione di mondo). Già la galassia dei blog mi aveva offerto più di uno spunto su cui meditare. Ma è in Facebook che tocchi con mano la sacrosanta verità: i ragazzi fra i venticinque e i trentadue o trentatré anni, oggi, quel quesito dilaniante che ha afflitto i miei coetanei –se tornare o meno- non se lo son proprio mai posto. Forse molti di noi che son tornati hanno acciuffato al volo davvero l’ultimo treno disponibile per immaginare di progettare una vita dignitosa anche nella profonda provincia del meridione italiano. Noi cresciuti negli anni Ottanta, del resto, siamo uomini e donne dalle idee piuttosto confuse. Con uno Spirito del Tempo che prescriveva unicamente studi economici e carriere nella finanza, con la mitografia yuppie della Saab e della giacca e cravatta, con i professori che facevano a gara a considerare i pochi i quali s’azzardavano a proporsi per studi umanistici come dei candidati all’utenza del CIM: partimmo in massa alla conquista della Borsa e tornammo altrettanto sgangheratamente con lavori quali cameraman, autista di cisterna di bitume, scultore della pietra leccese, marinaio, gestore di videoteca. Pochi altri si sono affrettati a entrare nella pubblica amministrazione e chi è rimasto fuori peggio per lui, quel che è stato è stato, dopo quei due o tre anni: porte chiuse per tutti. Ebbene, questo dilemma per chi è nato nel 1980 non esiste proprio. Magari hanno studiato al sud. Nessuno di loro ha vissuto come catastroficamente indifferibile lo spostarsi in una grande città del nord. Eravamo noi, quelli che volevano andare a provare la vita spericolata –in un’epoca in cui anzitutto il Salento non esisteva come categoria dello spirito, e se pure si prendeva in considerazione un’indefinita “provincia di Lecce”: i locali disponibili erano il Tam Tam di Tricase, l’Arci, il Burghy e un orrendo “videopub” nel capoluogo. Loro no. Loro hanno avuto sottomano ogni intrattenimento e possibilità di consumo culturale immaginabile. Soprattutto: loro son cresciuti non guardando al Mondo attraverso le pagine dei grandi giornali e i filtri degli opinion leaders. Per loro il mondo è stato da subito a portata di click, subito dietro lo schermo di internet, subito dietro il gate di un volo low cost della durata di un’ora. Loro, prendono lo zaino e se ne vanno. Sei mesi a Utrecht, un anno a Milano, tre mesi a Barcellona, un altro anno a Glasgow. Si spostano dentro l’Europa come noi ci spostavamo fra le città del Nord Italia. Un paio d’anni fa, in un locale di Londra, sembrava di stare a Bologna nel 1988. Nelle osterie della Vecchia Signora potevi ascoltare tutti gli accenti italiani disponibili. Al Mama Jo Jo si parlava inglese ma un ventenne era cipriota, un altro ateniese, un altro siciliano, e irlandesi portoghesi turchi francesi. Cittadini di un’unica grande nazione che è ormai l’Europa. Vai nei loro blog e scopri che solo due mesi prima guardavano il Tamigi dalla finestra della City e spostavano miliardi da un paese arabo all’India. Ora si son trasferiti nelle Fiandre dove collaborano a un progetto di cooperazione internazionale –neppure sospettando quella che noi definiremmo una “contraddizione
ideologica” presente dentro questo cambio di prospettiva. Dal canto mio, fanno benissimo. Non mostrano alcuna nostalgia per la terra fiorita e non sono sfiorati dalle lagne sulle radici e sul sole. Comprano biciclette usate e galoche e scorrazzano per il Belgio con la pioggia torrenziale che li innaffia mentre la mamma, a casa, non ti farebbe uscire con un po’ di acquerugiola se non munito di Lancia Y climatizzata. Hanno imparato dai loro coetanei esteri che leggere è un piacere –mentre nel loro
Ecco, sono andato a ripescare un libro letto tantissimo tempo fa perché mi ricordavo di questo editore John Wolf e di quello che di lui scrive Irving nelle ultime pagine del romanzo (nonché di quella trovata del tubo di platica in clinica che è l'ennesimo colpo di scena comicissimo di una storia scatenata).
Da Il mondo secondo Garp, di John Irving, 1978
dopo, quando fa un esempio di scuola di cotal attentato alla bellezza. Ché lui capisce se uno passa da una parte all’altra quando trattasi –bocca storta, fisionomia sfigurata- di piccolo borghesi che col gettone di presenza in Consiglio arrotondano il magro reddito. Lui, costoro: li capisce. Gli fanno francamente ribrezzo non in quanto traditori, né in quanto mediocri. Il Signor G. manifesta fastidio proprio perché suddetti piccolo borghesi esistono. Si permettono di frapporsi fra la Razza Altera e la Gleba, coi loro stipendiucci e i loro diplomucci. Si percepisce che il Signor G. preferirebbe che questi impiegatucoli non fossero mai nati, né che ne abbiano a nascere da qui all’eternità, quando di lì a poco dichiara non la comprensione, e neppure l’indignazione o la mancanza di indignazione, bensì lo sconcerto infinito che provoca in lui lo spettacolo di rampolli dell’alta borghesia cittadina, ottimi professionisti, eccellenti famiglie (le braccia disegnano nel cielo arcate maestose, la voce si fa tonante, solenne): i quali, ops!, pur’essi trasmigrano. Zompettano come allodole dall’uno all’altro schieramento. Che attentato alla bellezza. Che spettacolo abietto.
Manifesto futurista situazionista ZTT09 del libero passeggio
nze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.
appassionati del settore, diretto ancora una volta dal critico Carlo Gentile. Questa edizione avrà come tema centrale “East Side: Libri e Letterature dei Paesi dell'Est Europa”. Una mostra - mercato di case editrici e pubblicazioni dei Balcani e dei Paesi dell'Est Europa: Albania, Bulgaria, Croatia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Grecia, Moldova, Slovenia, Bosnia, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Polonia, Bielorussia ed Ucraina. Un evento unico in Italia, una sorta di ampliato “Corridoio 8” della cultura, che vedrà anche la presenza di scrittori e rappresentanti istituzionali italiani, europei e di molti dei Paesi interessati, che durante i quattro giorni della manifestazione presenteranno al pubblico ed alla stampa libri ed iniziative.
Cara* M.,
Questo bellissimo articolo di Franzen, che non conoscevo e che è uscito sul Corriere della Sera l'8 dicembre 2008, mi ha impressionato forse più della stessa morte di DFW. Mettetevi comodi e, se siete in un periodo di fragilità emotiva, evitate di leggerlo poiché è straziante. Ah, e un'altra cosa che ho letto (Daria Bignardi su Vanity Fair) è "Era un cazzone come noi": cinque parole che racchiudono impietosamente lo scoramento che ci ha attanagliati dopo quella notizia.
Oggi mia figlia è tornata da scuola con una poesia di Umberto Saba e com’è e come non è: mi son ritrovato fra le mani il Canzoniere che, esattamente dieci anni fa, leggevo e rileggevo con la passione che si deve soltanto ai Grandissimi. In particolare, avevo fatto mia, come si dice, “Felicità”, che ovviamente conosco a memoria. Ritornare oggi su quelle parole m’ha fatto male. Quella che un giorno m’era sembrata una specie di 
Attenzione, attenzione, avviso a tutti i delatori della polizia lessicale. Io pensavo di avere una collezione piuttosto esauriente di tutti gli orrori linguistici in uso nella lingua italiana -collezione in cima alla quale spiccava, per efferata bruttezza, "da asporto" (pizza da asporto, bibite da asporto, ohgod che ignominia!). Non avevo considerato che l'industria del turismo di massa può esser capace, oltre che sequestrarti per sette giorni in questi non-luoghi regno del kitsch più spinto alla mercè di gente pagata per "animarti" (mi chiedo che miseria interiore alberghi in spiriti che hanno bisogno di ri-animazione durante una vacanza) nonché trattenerti in aeroporto per 14 ore a prosciugare la carta di credito in attesa che il charter faccia su e giù per l'Europa sette volte mentre la polizia, quella vera, ti impedisce fisicamente di abbandonare la sala di imbarco: è capace, quest'industria, pure di sfornare parole obbrobriose senza il minimo pudore e in gran copia. Tanto da spodestare l'asporto, e mettere in cima alla mia lista nera queste due nuove perle: CAMMELLATA e DROMEDARIATA (dette a indicare passeggiata di 3/4 d'ora circa sulla groppa delle stesse navi del deserto mentre una specie di sperone ti tritura l'osso sacro e/o le selle di stoffa stimolano lo sfintere anale fino a farlo sanguinare -a meno, va detto, di non ascoltare i consigli della guida la quale ti sprona, a uso e consumo del fotografo, ad assecondare il mammifero, a ondeggiare insieme a lui, ad assumere, insomma, la posa del pascià che si sposta per raggiungere un bordello nel cuore di un'oasi sul Sinai, operazione che vi conferirà invariabilmente un'aria un po' da checca più che da virile baffuto mediorientale). Spargete la voce, denunciate, stigmatizzate. Cammellata. Dromedariata. Fanno il paio, del resto, con la (tremo a scriverlo) biciclettata, la spaghettata, per i pugliesi la frisellata, la salsicciata e il resto del disgusto di questi neologismi "collettivi".
Suvvia, siete tutti persone avvertite e so che non vi spaventate se vi incollo una storiella in inglese che m'ha mandato Gabriella Shaeppi da Ginevra e che mi ha fatto molto sorridere. Tempo di spostamenti convulsi. Appena tornato, già riparto. Voi, come dice quella geniaccia di Pulsatilla, non fate casino.